“Europa” Tetto a 67 anni, Schröder guida la sfida

04/06/2003




    mercoledì 4 giugno 2003

      L’ANALISI
    Tetto a 67 anni, Schröder guida la sfida europea

    Il cancelliere alla sinistra Spd: «Chi rifiuta di cambiare il welfare, inganna se stesso». Necessari nuovi passi in futuro
      DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
      BERLINO –
      Alla bella età di 71 anni, Otto Schily può parlare per esperienza personale. Nel 1999, il ministro degli Interni tedesco, decano del Bundestag e del governo rosso-verde, aveva deciso che non si sarebbe più ripresentato alle elezioni federali. Poi, cedendo alle pressioni di Gerhard Schröder, che senza di lui difficilmente avrebbe conquistato gli elettori moderati, Schily aveva rinviato la data della pensione. Proprio come ora si propone di fare il cancelliere, che vorrebbe far salire progressivamente l’età media del ritiro dei suoi connazionali dalla vita attiva, dagli attuali 62,5 a 65 anni.
      Così, è toccato proprio a Schily, ieri, dire la verità sul sistema pensionistico tedesco. Parlando alla Conferenza monetaria internazionale, in corso a Berlino, il ministro ha ammesso che, «a meno di modifiche radicali» la Germania non sarà più in grado di finanziarlo. «E’ completamente squilibrato – ha aggiunto il ministro – che una parte così grande del bilancio federale vada a finanziare il servizio del debito e le pensioni». La Repubblica federale spende il 62% del denaro pubblico, per pagare gli interessi sul debito e tenere in piedi il più munifico welfare del mondo.
      Con le pensioni, un mercato del lavoro fra i più rigidi in Europa e una sanità dai costi fuori controllo, compongono il nocciolo duro della crisi tedesca. Una mescola difficilmente scalfibile, fatta di privilegi anacronistici e paure legittime, larghezze populiste e disfunzioni, ostinazioni vetero-sindacali e giustificate preoccupazioni di non finire nel tritacarne del liberismo senza rete.
      Si può variarne il dosaggio da Paese a Paese, si possono fissare diversi ordini di priorità, a seconda che si parli della Germania, della Francia, dell’Italia o dell’Austria, ma in buona parte della «vecchia Europa» il problema è identico: come restituire dinamismo e capacità di creare lavoro a economie zavorrate, contenendo e riqualificando la spesa sociale, in modo da rendere sostenibile, anche per il futuro, la rete di protezione dei ceti più deboli, autentico marchio di fabbrica del capitalismo renano ed europeo. Ancorché «gran malato d’Europa», dove l’aggettivo è a doppia faccia, visto che è pur sempre la più grande economia del Continente, la Repubblica federale, i primi passi li sta muovendo. Il quadro generale rimane grave, dice di un’economia in ristagno, a secco d’investimenti e consumi, da mesi sul filo della recessione, che nel 2004 rischia di non poter dare lavoro a quasi 5 milioni di persone, mentre il risanamento dei conti pubblici si è di fatto fermato e, anche quest’anno come nel 2002, il deficit di bilancio sfonderà il tetto del 3%, previsto dal Patto di stabilità dell’euro.
      Ma, nel cielo di piombo che grava sopra Berlino, qualcosa comincia a mutare. E non solo perché, ieri a Evian, il cancelliere Schröder ha detto che i dati a sua disposizione gli fanno ben sperare per la seconda metà dell’anno, quando forse potremmo assistere a un accenno di ripresa. In realtà, un fatto importante è successo domenica scorsa. Il 90% dei delegati al congresso straordinario della Spd, ha infatti appoggiato l’Agenda 2010, il pacchetto di tagli al Welfare, con cui Gerhard Schröder intende affrontare l’emergenza.
      Risultato sorprendente, almeno nelle proporzioni. Sicuramente dettato anche dalla paura di ritrovarsi senza leader e senza potere, giuste le ripetute minacce di dimettersi, più volte formulate da Schröder. Ma risultato ugualmente storico. L’Agenda 2010 prevede, fra l’altro, la riduzione delle indennità di disoccupazione, la limitazione dei rimborsi e delle prestazioni mediche, una maggiore facilità di licenziare per le piccole aziende. Sul fronte pensionistico, oltre all’aumento dell’età pensionabile fino a 67 anni, il governo rosso-verde vorrebbe riformare i meccanismi di calcolo dei vitalizi d’anzianità a partire dal 2005.
      Per quanto modesto, nonostante il nome un po’ pretenzioso, il pacchetto segna l’inizio del lungo addio della Germania al tabù ultracentenario e dorato della sua sicurezza sociale. «Abbiamo bisogno di un profondo cambio di mentalità in questo Paese. Chi pensa che tutto possa rimanere com’è, inganna se stesso», è stato l’appassionato appello di Schröder ai colonnelli socialdemocratici. Dove l’accento è volutamente posto non tanto sui provvedimenti già in cantiere, quanto su quelli che, necessariamente e dolorosamente, dovranno venire. In altre parole, l’Agenda 2010 è appena l’inizio: su tasse, pensioni, lavoro e salute, il più difficile è ancora da fare e nessuno lo sa meglio di Schröder.
      Che poi, anche le poche cose che contiene diventino leggi e provvedimenti concreti, resta tutto da vedere. Troppo risicata è la maggioranza di 4 seggi dei rosso-verdi al Bundestag, per essere al sicuro da imboscate della sinistra Spd; troppo forte è il controllo del Bundesrat, la Camera delle regioni, da parte dell’opposizione cristiano-democratica, perché questa non si faccia tentare dall’ostruzionismo totale, nonostante profferte di collaborazione e posizioni molto simili. Insomma, non è che, tra Berlino e Roma, la distanza sia poi tanta. A proposito, proprio ieri Gerhard Schröder ha detto di «essere d’accordo con Berlusconi» sul fatto che i criteri di Maastricht vanno rispettati, ma «senza considerarli un dogma»
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Paolo Valentino


Economia