“Europa” Sindacati, la rappresentatività limitata

29/10/2003





 
   
29 Ottobre 2003
POLITICA


 
FRANCIA
Sindacati, la rappresentatività limitata
Il ministro Fillon presenta la «riforma della democrazia sociale», che spacca il mondo del lavoro
Contrasti Il governo di Raffarin (foto) vuole introdurre il concetto di «maggior rappresentatività». Sindacati divisi


ANNA MARIA MERLO


PARIGI
Il governo prepara un regalo di Natale ai sindacati francesi, per alcuni forse non sgradito ma per altri avvelenato. Difatti, l’assemblea voterà prima delle feste di fine anno il testo di una nuova legge sulla «formazione durante tutta la vita e sul dialogo sociale», che François Fillon, il ministro del lavoro che l’ha preparata, non esita a definire un «appuntamento con la storia». E’ una legge divisa in due parti, la prima – sulla «formazione lungo tutta la vita» – che riscontra un’adesione di principio da parte di tutti (anche la Cgt, per la prima volta nella sua storia, ne ha accettato le grandi linee), e una seconda che invece suscita le perplessità, di segno opposto, di parte dei sindacati e del padronato. La seconda parte (il Titolo II) si chiama «del dialogo sociale»: Fillon intende nientedimeno che «riformare la democrazia sociale». Il ministro che ha aspirazioni alte (punta a succedere a Jean-Pierre Raffarin in crisi nella carica di primo ministro) ritiene che delle nuove basi di «democrazia sociale» siano necessarie per evitare che la Francia cada in preda alle forze populiste. Per Fillon è questo l’insegnamento del 21 aprile 2002, quando l’allora primo ministro Lionel Jospin venne scavalcato al primo turno delle presidenziali dal leader del’estrema destra Jean-Marie Le Pen (Fillon mette assieme, sotto il cappello poujadista, anche l’estrema sinistra, che allora sfiorò l’11%). La questione al centro della riforma della democrazia sociale è la rappresentatività sindacale.

In Francia la percentuale degli iscritti ai sindacati è tradizionalemnte debole, probabilmente anche perché esiste un sistema di rappresentatività che è stato fissato con una norma che risale al 31 marzo del `66 e che garantisce il ruolo sindacale nelle trattative nazionali. In questo caso, sono solo cinque i sindacati che hanno «diritto» a condurre le trattative interprofessionali: si tratta di Cgt, Cfdt, Fo, Cftc e Cgc. I sindacati, per essere «rappresentativi», devono rispondere ad alcuni criteri generali : aver dato prova di «patriottismo durante la seconda guerra mondiale» (cioè essere stati anti-fascisti), essere «indipendenti» (anche, e soprattutto, economicamente), avere «influenza» nel mondo del lavoro ed «esperienza».

Ma, negli anni, sono nati altri sindacati, che spesso sono delle costole staccatesi dalle più vecchie confederazioni. Per esempio, Sud: all’inizio ha dovuto combattere per diventare «rappresentativo» a livello di ramo professionale (Sud-Ratp è stato il primo, nel metro di Parigi), ma oggi, visto che è presente in numerose categorie (ferrovie, poste ecc.) vorrebbe poter accedere alla «rappresentatività» nazionale. Nei fatti, però, questa possibilità è bloccata. A livello di ramo professionale, invece, negli anni si sono moltiplicati i processi di fronte ai tribunali d’istanza, per dimostrare di poter essere presenti alle trattative e poter negoziare con il padrontao, perché «indipendenti», «influenti» e «con esperienza» (la clausola dell’antifascismo è sempre meno evocata). La Cgc ha sbattuto la porta di Fillon il 14 ottobre scorso e rifiuta di partecipare oltre al dialogo che il ministro vorrebbe comunque portare avanti con le parti sociali prima di presentare il testo. La Cgc ha paura di essere scavalacata e di non poter dimostrare più la propria «rappresentivività» che finora aveva ottenuto ? No, rispondono a questo sindacato che riunisce soprattutto dei quadri. Il pericolo sta nel concetto di «accordo maggioritario» che il nuovo testo di legge introduce, e che permetterà di dare legalità a un accordo concluso a livello di impresa, anche se questo è più sfavorevole di quello concluso a livello di categoria (di solito lo sono).

I sindacati interprofessionali sottolineano soprattutto che la riforma Fillon, invece di essere l’arma fatale contro il populismo, rischia di diventare il grimaldello che ne apre le porte. Il problema è fissare dei limiti a chi può effettivamente dichiararsi «rappresentativo» sostengono: in caso contrario vedremo rinascere in Francia i sindacati gialli, quelli «maison» organizzati di fatto dal padronato, come era successo nell’automobile con la Csl.

Il Medef (la Confindustria francese) è scettica, perché al suo interno c’è una forte corrente che non vorrebbe più nessuna legge a tutela della rappresentanza sindacale. I sindacati che non sono considerati interprofessionali, come Sud o l’Unsa, hanno messo in evidenza le difficoltà per potersi presentare alle elezioni, per avere dei delegati, dal momento che non sono nella lista dei «rappresentativi» del `66. I ricorsi in tribunale non solo sono cari (tra gli 800 e 1200 euro a causa), ma le difficoltà maggiori derivano spesso dall’opposizione congiunta alla loro presenza di padronato e sindacati interprofessionali uniti.