“Europa” Sindacati a prova d’Europa

14/11/2003

14 Novembre 2003



      Sindacati a prova d’Europa
      Sotto il titolo «L’Europa aperta al mondo», la confederazione europea dei sindacati (Ces) ha dato vita a Parigi a un forum sindacale europeo proprio nei giorni del contemporaneo social forum. L’allargamento è stato il tema centrale della discussione

      ALEXANDRE BILOUS

      PARIGI
      E’ a margine (o «intorno», secondo il programma ufficiale) del Forum sociale europeo che al comune di Parigi si è tenuto un «forum sindacale europeo», organizzato sotto l’egida della Ces. Volontà di distinguersi? Di mostrare che l’orizzonte dei sindacalisti europei non è quello dei movimenti globali? In effetti questa decisione è il frutto della volontà di diverse componenti francesi (cinque confederazioni) di dare all’opinione pubblica l’immagine di una certa coesione di facciata, di mascherare delle opposizioni di fondo. La Cfdt, per parte sua, si mostra estremamente riservata, o reticente, se non addirittura attivamente ostile allo sviluppo di movimenti sociali che non si inseriscono nei quadri istituzionali ben stabiliti della concertazione sociale e della negoziazione condotta dei sindacati. Aprendo i lavori del forum sindacale, il segretario generale della Cfdt, François Chérèque, ha reso noto il suo punto di vista in modo abbastanza netto: «Il movimento no global moltiplica gli appuntamenti, mondiali ed europei. La diversità delle sue espressioni, la molteplicità delle sue anime non favorisce sempre la comprensione delle poste in gioco e l’elaborazione di proposte concrete». Chérèque rimprovera ai no-global francesi di essere vicini all’estrema sinistra, e soprattutto a una parte di coloro che oggi lasciano la sua organizzazione, come numerosi militanti dei trasporti o dei servizi pubblici locali (sono in migliaia ad aver recentemente raggiunto la Cgt o altri sindacati).

      La maggior parte degli altri sindacati, la Cgt prima fra tutti, ritengono che bisogna instaurare un dialogo costruttivo con i partecipanti del Fse. D’altronde Cgt, Fo, Unsa (Unione dei sindacati autonomi), tutti membri della Ces, hanno partecipato al comitato di preparazione del Fse di Parigi, a differenza della Cfdt e della Cftf (confederazione cristiana). Questa volontà di apertura e di dialogo è stata anche affermata dal vice-segretario della Ces, Maria-Héléna André: «Dobbiamo discutere con altre organizzazioni che hanno gli stessi valori, andare al di là dei dibattiti tra sindacati. E’ necessario che questi ultimi possano partecipare a pieno titolo alle attività del Fse».

      Un inizio di dibattito è comunque partito in seno al forum. Innanzitutto tra sindacalisti francesi. La Ces aveva accettato di invitare a partecipare ai lavori anche sindacati non presenti al suo interno, che rappresentano un’ala «radicale» del sindacalismo. Così, un rappresentante di Sud ha messo in discussione l’orientamento della Ces sull’allargamento dell’Europa: «Non possiamo dire che questa sia un’opportunità, se l’obiettivo non è la solidarietà ma il dominio del mercato».

      L’allargamento è stato uno dei tre punti di questo forum sindacale dal titolo «l’Europa aperta al mondo». Due interventi di rappresentanti di paesi dell’Est hanno evidenziato più i malintesi e le differenze di fondo tra le situazioni in Europa che non le certezze che si possono nutrire in un allargamento del «modello sociale europeo».

      Irene Bouta, professoressa di diritto in Polonia e membro del sindacato Solidarnosc, ha rimesso in discussione l’inadeguatezza dell’attuale «modello sociale europeo» rispetto ai bisogni emersi dal post-fordismo. In Polonia, sottolinea Bouta, abbiamo vissuto per decenni sotto un’economia amministrata. E bisogna constatare che oggi «non sono le ricette dell’Europa a essere attuate, ma quelle del Fmi e della Banca mondiale. I paesi dell’Est sono molto più liberali di quelli dell’Europa dei Quindici. La protezione sociale è stata ridotta. Il salariato è diminuito, mentre è cresciuto il numero dei lavoratori autonomi. Inoltre, «di fronte al problema del lavoro, non vengono applicate le soluzioni di solidarietà tipiche del welfare ma quelle preconizzate dall’Ocse».

      La constatazione avanzata, con un tono più critico della sua collega polacca, da Bogdan Hossu, presidente del Cartel Alfa rumeno, va nella stessa direzione: «I dieci nuovi paesi entreranno in Europa con un modello vicino a quello statunitense». Hossu evoca le contraddizioni in cui si trovano i paesi candidati, «stretti tra un’Europa che vuole imporre il suo modello sociale e il Fmi che continua a imporre le proprie scelte». Evoca poi una nuova questione che deve affrontare la Romania: la delocalizzazione.

      L’eldorado degli anni `90 è terminato. «All’epoca le grandi aziende dell’Europa occidentale hanno cominciato a delocalizzare le attività del tessile o del cuoio in Polonia o nella Repubblica ceca, poi in paesi come la Bulgaria o la Romania. E oggi si orientano verso l’Ucraina, la Georgia o l’Armenia, dove il costo del lavoro è inferiore».

      Per i due partecipanti venuti dall’est, il modello sociale europeo deve essere «ripensato», perché può costituire un freno allo sviluppo dei loro paesi, nel quadro di un’Europa a cui le popolazioni aderiscono con entusiasmo. Questo dibattito comincia appena a essere affrontato dal sindacalismo europeo. Sarà difficile portarlo avanti e concluderlo, senza ricadere in forme di basso consenso che servono solo a salvare le buone coscienze.