“Europa” Raffarin, il mediatore porta a casa la riforma delle pensioni

27/06/2003

      venerdì 27 giugno 2003

      Raffarin, il mediatore
      porta a casa la riforma
      delle pensioni

      DALL’INVIATO Gianni Marsilli

      PARIGI Alla fin fine ha vinto Jean Pierre Raffarin. O comunque non ha perso.
      Due mesi di scioperi a singhiozzo, di metropolitane più che saltuarie, di corsi scolastici saltati, di bus fermi in deposito, di aerei bloccati, di treni rarefatti, di cortei persino
      domenicali non hanno avuto ragione del paffuto e testardo primo ministro.
      La Francia sembra calmarsi, mentre la sua riforma delle pensioni si avvia al traguardo dell’approvazione parlamentare, forse già il primo luglio: anche i dipendenti pubblici,
      come già quelli privati, dovranno avere un’anzianità contributiva di 40 anni e non più di
      37,5. E soprattutto, nel 2020, l’anzianità diventerà per tutti di 42 anni.
      Diciamo che Raffarin ha vinto perché per lui si stava profilando lo spettro che otto
      anni fa, nel dicembre del ’95, portò alla tomba politica il suo predecessore e compagno di partito, Alain Juppé, che aveva affrontato lo stesso dossier, ma con tutt’altra spocchia e arroganza.
      Raffarin ha alzato la voce una sola volta, per dire una cosa difficilmente contestabile: «Non è la piazza a governare». Il resto del tempo ha prima concertato e poi negoziato: con le parti sociali, con l’opposizione all’Assemblea. E oggi appare ancora saldo in
      sella, e il centrodestra confortato, senza essersi rimangiato il nocciolo della sua riforma. Per questo si può dire che dal duro confronto esce in piedi. E, com’è nel suo stile, senza maramaldeggiare. Anche perché il testo di riforma è ancora all’esame dei deputati:
      «Voglio rispettare il percorso legislativo. Se non l’avessi fatto, mi avrebbero accusato di disprezzare il Parlamento».
      Per approdare al porto dell’estate senza affondare, Raffarin ha dovuto cedere qualcosa per strada. Se sulle pensioni ha fatto valere che si trattava di vita o di morte del sistema per ripartizione, per la scuola ha battuto in ritirata. Voleva decentrare: regionalizzare,
      per la precisione, un centinaio di migliaia di dipendenti del personale non insegnante.
      Gli insegnanti vi hanno visto la spia dello smantellamento dell’intero sistema, quella scuola «laica e repubblicana» che è tutt’ora il primo collante nazionale, e sono scesi
      in sciopero. Non tutti, ma una buona parte. Abbastanza perché Raffarin rinviasse tutto all’autunno: vedremo, ha detto. È anche probabile che prima della ripresa sacrifichi la testa del ministro dell’Educazione, il filosofo Luc Ferry, troppo «parigino» e pensoso
      per governare con la necessaria prontezza e pragmatismo quello che viene chiamato «il mammuth», l’intoccabile settore scolastico, forte di quasi ottocentomila dipendenti.
      Vero è che gli insegnanti hanno scioperato anche per le pensioni, e che almeno quella
      mina appare disinnescata. Ma l’appuntamento è fissato: da settembre Raffarin dovrà ricominciare a camminare sulle uova. In primavera gli è riuscito, vedremo dopo le vacanze.
      ***
      Che cosa resta, dunque, dopo due mesi di lotte sociali? Quale lezione ne traggono gli uni e gli altri? Il sociologo Alain Touraine batte da tempo lo stesso tasto, e dall’ultima tornata di conflitti ha tratto conforto per le sue tesi: il problema della modernizzazione del paese è la gestione del settore pubblico. Spiega che la Francia è diventata un paese moderno sempre dietro la spinta dello Stato, a sua volta sollecitato dai grandi movimenti operaio
      e sociale. Però adesso «siamo passati dal secolo di Marx al secolo di Freud», dove ogni individuo vuol essere riconosciuto nei suoi diritti culturali, sociali, civili. Con tatto e prudenza, Touraine tende a stigmatizzare «la piccola borghesia di Stato» – insegnanti,
      personale medico, in genere coloro il cui lavoro ha per oggetto altre persone, e non cose: rimprovera loro di rinchiudersi a riccio, e di non vedere nuovi bisogni, nuove categorie, nuove possibilità. Evoca esperimenti già in corso in Olanda: i titolari di interventi
      pubblici, anziché iscriversi in tutto e per tutto in una logica statale, potrebbero rispondere ad associazioni e comitati di cittadini, che possano fare appello a équipes di professionisti
      medici, insegnanti, assistenti sociali – «liberamente costituite ma ogni membro delle quali è protetto da uno statuto nazionale». È la ricerca di altre strade che non siano quelle dello statalismo da una parte o del puro mercato dall’altra.
      Questa preoccupazione taglia trasversalmente le forze politiche, tranne le estreme, che restano ideologicamente aggrappate ad una nozione totalizzante del pubblico (il Pcf, e soprattutto le varie anime del trotzkismo alla francese, capaci peraltro di arrivare al 10 per cento al primo turno delle presidenziali, salvo dissolversi alle politiche un mese dopo e riapparire nei cortei di questi ultimi due mesi), oppure, altrettanto ideologicamente,
      fautrici del libero mercato e della concorrenza in tutti i settori, sanità e scuola comprese.
      I socialisti si sono opposti alla riforma delle pensioni, ma più per onor di firma che per
      convinzione. Il politichese l’ha avuta vinta. Solo alcuni vecchi illustri, privi di preoccupazioni di linguaggio, hanno dato libero corso al loro pensiero. «È una riforma che avremmo dovuto fare noi», ha detto perentoriamente Michel Rocard. E Jacques Delors ha approvato.
      ***
      L’insegnante francese di scuola pubblica è un soggetto molto sensibile. La storia del paese, i corsi professionali, la società intera gli hanno sempre detto e ripetuto che svolge un ruolo assolutamente centrale. Non trasmette solo il sapere, ma forma il «citoyen»,
      integra lo straniero, educa in maniera laica. E’ quindi esigente. Essere «regionalizzato»,
      in una sorta di devolution alla francese, per lui vuol dire essere declassato, relativizzato.
      Perde centralità, e taglia il cordone ombelicale con quel centro politico che dal Re Sole allo Stato giacobino fa parte della cultura nazionale. Odile N. è una bella ragazza poco più che trentenne che insegna storia e geografia in uno dei più prestigiosi licei parigini,
      Henri IV. Ha scioperato, ed ora si sente presa in giro: «Sì, sono frustrata. Abbiamo sfilato per due mesi ed è stato tutto inutile». Obiettiamo che la regionalizzazione è stata stoppata: «Rinviata, direi solo rinviata. E sulle pensioni il governo ha vinto». Vede il
      futuro «con paura», il suo ruolo declinare.
      Fa degli esempi molto concreti: «Voglio che nella mensa scolastica si mangi bene, e non cibi precotti. Voglio che le attrezzature sportive siano ricche e in buono stato. Voglio poter insegnare, non fare solo l’assistente sociale. Non è il mio caso, visto il liceo in cui lavoro. Ma ho molti colleghi in zone difficili, dove il 99 per cento delle loro energie se ne va solo per mantenere l’ordine in classe.
      Voglio quindi assistenti sociali veri, operai disponibili a riparare la finestra rotta, la maniglia che manca, lo sciacquone che non funziona. E voglio che tutti costoro – cuochi, assistenti, operai – facciano parte della mia stessa amministrazione. Chiedo troppo?».
      Sì, chiede troppo, le risponde indirettamente dalle pagine di «Le Monde» Robert Thollot, professore di scienze economiche e sociali: «Quando il decentramento è di sinistra si applaude. Quand’è di destra, si fa opposizione. È un manicheismo che rifiuto». Più
      nel merito: «Aumentare gli stanziamenti non serve a niente». Vorrebbe relazioni più strette tra scuola e impresa, e non teme rischi di privatizzazione strisciante. Robert è di sinistra, per quanto pensi che «su un tema come quello delle pensioni la distinzione tra
      destra e sinistra dovrebbe esser superata».
      Per tutte queste ragioni la ripresa autunnale sarà cruciale: la scommessa di governo della destra, la sinistra tra responsabilità e demagogia, il paese alla ricerca di una nuova identità. Più che di Chirac, sarà il terreno di prova di un’intera classe politica e sindacale.