“Europa” Nelle famiglie Ue si vive di pensione

17/02/2004



        Lunedí 16 Febbraio 2004


        Nelle famiglie Ue si vive di pensione

        Welfare – Sul reddito incidono per il 39% i trasferimenti sociali e gli assegni previdenziali rappresentano la parte rilevante


        Il peso del Welfare si fa sentire in tutti i Paesi Ue. Se è vero che il 59% delle famiglie europee può contare sui redditi del proprio lavoro, soprattutto dipendente, e il 2% vive grazie a entrate private, in particolare rendite patrimoniali, il 39% deve fare affidamento ai trasferimenti sociali. E tra questi, la quota di gran lunga più alta è quella pensionistica, seguita a distanza dalle indennità di malattia e di disoccupazione. In Italia, secondo una "fotografia" scattata nel Duemila – l’ultima disponibile -, l’aiuto dello Stato è al di sotto della media: il reddito delle famiglie si compone per il 36% di contributi sociali e per il 62% di introiti lavorativi. Come in Austria.
        Il sostegno statale è della stessa misura in Grecia, ma lì è minore l’impatto dei redditi da lavoro (59%) e più alto quello delle entrate private. Gli unici due Paesi dove il peso dei trasferimenti sociali sulle economie familiari è minore che in Italia sono il Portogallo e il Lussemburgo. Unica fonte di reddito. Il 15% delle famiglie della Ue ha come unica fonte di reddito quella da lavoro (ma in Italia sale al 35%, la quota più altra fra i Paesi esaminati), mentre il 18% vive di trasferimenti sociali (in Italia è il 25%). La scomposizione del dato rivela che nelle famiglie dove gli aiuti statali rappresentano l’unica entrata economica, il 78% proviene dalle pensioni, di vecchiaia o di reversibilità, il 5% dall’indennità di disoccupazione e il 7% da indennità di malattia o di invalidità. L’allargamento della Ue.
        I tredici Paesi in attesa di poter entrare nell’Unione non miglioreranno certo la media. In gran parte di quelle realtà, infatti, lo Stato ha avuto un ruolo ben più forte che nei Quindici. In particolare, l’impatto della spesa rispetto al Pil non è distante dai valori medi – rilevati sempre nel Duemila – registrati nella Ue (il 10% circa), con punte in Polonia e Slovenia (rispettivamente 13,5 e 14,5%), in linea con Italia e Austria (13,8 e 14,5%). La prospettiva politica. «Si tratta delle conseguenze dell’invecchiamento della popolazione e, dunque, della progressiva diminuzione di persone in età produttiva», commenta Maria Grazia Sestini, sottosegretario al Welfare.
        Nei Paesi della Vecchia Europa ci saranno sempre più nuclei composti da soli anziani e l’Italia è particolarmente esposta a questo rischio, «perché – aggiunge Sestini – da noi il tasso di natalità è più basso che nel resto dell’Europa e allo stesso tempo abbiamo una vita media tra le più lunghe».
        Per contenere il crescere della spesa sociale e rendere sostenibile il sistema bisogna, secondo il sottosegretario, riformare il meccanismo pensionistico e incentivare le nascite. «Alcune misure – sottolinea Sestini – sono già state introdotte, ma la leva più potente rimane quella fiscale. Oltre a trasformare le detrazioni in deduzioni, stiamo studiando la possibilità di introdurre il reddito familiare, che in Francia ha portato il tasso di natalità oltre l’1,8%, mentre da noi è fermo all’1,2 per cento».
        L’economista Luigi Paganetto, professore all’università romana di Tor Vergata, rileva come nei Paesi Ue a maggior tasso di crescita la quota del reddito familiare formata dall’indennità di disoccupazione sia più alta che altrove. «Segno – afferma Paganetto – di un sistema dove chi esce dal mercato del lavoro è protetto, ma anche di realtà dove c’è maggiore dinamicità imprenditoriale. Si dovrebbe andare in quella direzione: stimolare la nascita di nuove aziende, ma fare in modo che quelle che non hanno successo escano dal mercato. E questo è possibile anche rivedendo la nostra legislazione fallimentare. Allo stesso tempo, il peso dei trasferimenti sociali sul reddito familiare può essere contenuto attraverso interventi sulla spesa previdenziale, da ridurre innalzando l’età pensionabile».

        ANTONELLO CHERCHI