“Europa” Made in Spain, Mango rilancia la sfida

07/07/2003




      Domenica 06 Luglio 2003
      LA STORIA


      Made in Spain, Mango rilancia la sfida
      di Michela Coricelli

      Veloce, poco costosa, sempre nuova. Segue le tendenze lanciate dai grandi stilisti, adattandole ad un ampio pubblico. E a tutte le tasche. La moda spagnola cheap and fast ha già conquistato una buona fetta di mercato italiano: in poco più di due anni i negozi si sono moltiplicati senza sosta. Alla fine di settembre Mango, la seconda catena spagnola di esportazione di abbigliamento femminile, aprirà il suo primo store milanese: 725 metri quadrati in via Torino, «uno dei centri nevralgici del commercio» assicura la compagnia, che ammette di non essere del tutto soddisfatta dell’ubicazione. «Abbiamo sempre aspirato a un negozio a Milano – spiega Isak Halfon, direttore del dipartimento di espansione di Mango – ma questa era la nostra seconda opzione: ci piacerebbe aprire anche in corso Vittorio Emanuele». Prima o poi, assicura, «avremo un punto anche lì». Nel cuore dello shopping milanese, a pochi metri dal megastore che Zara ha inaugurato nel 2001 e dove la catena svedese Hennes & Mauritz sostituirà Elio Fiorucci a partire da settembre. Mango, con un fatturato di oltre 950 milioni di euro nel 2002 (+13% rispetto al 2001), è stata la prima catena spagnola a sbarcare in Italia. «Oggi abbiamo già otto negozi avviati, mentre altri cinque apriranno in breve» spiega Halfon. Obiettivo per il 2004: 10 nuove inaugurazioni in Italia. Tutte in franchising, la formula scelta da questa compagnia spagnola per «entrare in un mercato difficile», «fino a qualche anno fa totalmente chiuso alle marche straniere». Ma le cose sono cambiate, «il pubblico era stanco di firme solo made in Italy», «voleva qualcosa di diverso: moda urbana a prezzi accessibili a tutti». L’accoglienza è stata calorosa: «Il negozio di Roma, a pochi mesi dall’apertura – afferma Halfon – è già al quattordicesimo posto nel nostro ranking mondiale, su un totale di 657 punti vendita». Il pubblico della moda spagnola "urbana" ha un’età che oscilla fra i 18 e i 40 anni. Quanto alla capacità di spesa, niente di più indefinito: «Teoricamente sono ragazze e donne di classe media – sostiene Halfon – ma in realtà ci sono anche molte donne di classe più alta che scelgono i nostri negozi». Il segreto? «Se guardi una vetrina di Mango, pensi subito che l’abbigliamento sia più caro di quello che è realmente. La nostra immagine è superiore ai prezzi». «Baratos», ossia economici, ma non identici in tutta Europa: all’interno dei paesi Ue la variazione può arrivare a un massimo del 15-20%. L’ingresso nel salotto milanese è una grande sfida per la società, presente in 70 paesi: in Italia conta già punti vendita a Torino, Roma, Bologna, Sanremo, Cagliari e in Sicilia, «ma Milano è un’altra cosa«. Lo store occuperà il vecchio cinema Vip: due grandi piani, collegati dalla scala originale della sala di proiezione, restaurata come parte centrale del negozio. Ascensore di vetro, linee pure e l’immancabile bianco saranno gli elementi caratteristici di via Torino. Mentre Mango prepara il debutto milanese, Inditex (il gruppo di Zara) continua la sua espansione internazionale. I 3000 metri quadrati inaugurati il 9 aprile 2001 in Corso Vittorio Emanuele II sono stati un successo, conquistando i gusti (e le simpatie) delle italiane. Anche in questo caso la moda rapida inventata da Amancio Ortega, fondatore di Inditex, punta a un pubblico ampio, senza escludere le signore più eleganti, affascinate da vetrine e scaffali che si rinnovano quasi tutte le settimane. La ricetta di Zara si basa sulla velocità: in due settimane, la compagnia dell’uomo più ricco della Spagna (con una fortuna valutata da «Forbes» intorno ai 10,3 miliardi di dollari), è in grado di disegnare, produrre e distribuire nuovi capi d’abbigliamento. Si rispettano i gusti della clientela: ciò che più vende, si produce e si riproduce. Al contrario, lo smaltimento dei vestiti che non hanno successo è immediato. La società gallega – partita da un piccolo negozio di lingerie nel 1963 (mentre il primo Zara è del 1975) – oggi conta 1.681 punti vendita in 46 paesi del mondo. Nel primo trimestre dell’anno Inditex ha ottenuto un profitto di 82,1 milioni di euro, pari al 22,8% in più rispetto allo stesso periodo del 2002. I risultati del gruppo, lo scorso anno, hanno deluso gli analisti: l’utile netto è aumentato "solo" del 29% (pari a 438 milioni di euro), mentre il volume d’affari ha raggiunto i 3,9 miliardi di euro con un aumento del 22%, e il risultato operativo (Ebit) è stato di 660 milioni. L’Italia è il 35esimo paese in cui il gruppo gallego ha lanciato la catena Zara, attraverso una joint venture fra Inditex (51%) e la società bergamasca Percassi (49%), leader nel settore del retail e dell’immobiliare. Dopo il successo milanese, Zara – che rappresenta il 76% del fatturato totale della compagnia spagnola – dovrebbe sbarcare anche a Roma, ma Inditex non conferma ancora la notizia. Il boom delle firme iberiche non interessa soltanto gli imprenditori. Il governo spagnolo vuole rafforzare le esportazioni di un settore che concentra il 3% dell’occupazione e muove 25 miliardi di euro. Nell’Ue la produzione tessile spagnola rappresenta il 10% del totale, ma l’export è fermo al 6%: nonostante si sia quadruplicato negli ultimi 10 anni, non supera i 5,6 miliardi di euro annui. In Spagna un’azienda su 10 si dedica all’abbigliamento: la rete di distribuzione al dettaglio conta 76mila negozi. Cifre che hanno spinto l’esecutivo a promuovere un Piano Globale della Moda da 48 milioni di euro all’anno. Il progetto del ministero dell’Economia è chiaro: «proiettare un’immagine solida e brillante dell’industria» tessile spagnola in tutto il mondo.