“Europa” Liberté, ègalité, flexibilité

09/01/2004



              venerdì 9 gennaio 2004

              FRANCIA

              Liberté, ègalité, flexibilité


              Per Jacques Chirac è la «grande legge per il lavoro», un mix di liberismo e populismo

              ANNA MARIA MERLO

              PARIGI
              Nouvelle
              vague di populismo in Francia. Jacques Chirac, negli auguri di buon anno, ha promesso una «grande legge di mobilitazione per l’occupazione». Il presidente, che in seguito al crollo nei sondaggi del primo ministro Jean-Pierre Raffarin cerca di riprendere in mano la situazione della politica interna, è spinto dalle vicine scadenze elettorali – regionali e cantonali a marzo, europee a giugno – a intervenire sulla principale preoccupazione dei francesi in questo momento: il lavoro. Chirac non è entrato molto nei dettagli della «grande legge» per l’occupazione, ha fatto cenno a una maggiore libertà di manovra per le imprese, all’alleggerimento della burocrazia, agli investimenti nella ricerca (i tagli della finanziaria hanno fatto scendere in piazza i ricercatori nell’autunno) e nelle infrastrutture, alla formazione, all’impegno per il lavoro dei giovani e delle donne. Nei fatti, però, il governo che afferma di voler «riabilitare il lavoro», affronta la questione grave della disoccupazione – 2.435.400 senza lavoro, il 9,6% della popolazione attiva – con le armi ideologiche del liberismo. Sul tavolo di Raffarin c’è il rapporto redatto dalla commissione di esperti nominata dal ministero del lavoro e presieduta da Michel de Virville, segretario generale di Renault, che per rilanciare l’occupazione propone di allungare il contratto a tempo determinato dagli attuali 18 mesi a 5 anni. La commissione ha fatto sue le argomentazioni del Medef (la Confindustria francese). Il presidente, Ernest Antoine de Seillière, afferma che in Francia è necessario rimediare alla «paura di assumere» dovuta, secondo lui, «all’eccesso di regolamentazione» che impedisce di licenziare con facilità. Cosi’, la commissione del ministero del lavoro ha battezzato «contratto di progetto» il tempo determinato fino a 5 anni, ma parte della maggioranza, Chirac in testa, frena, per ragioni elettorali: per il momento, questo tipo di contratto dovrebbe rigurdare solo i quadri dirigenti, gli esperti ecc. Un ballon d’essai che poi verrebbe esteso a tutti. Intanto, nei trasporti, è allo studio l’imposizione di un «servizio minimo» per evitare che gli scioperi duri interferiscano con la vita quotidiana degli utenti. Nelle ferrovie è in discussione uno sciopero per metà gennaio.

              I sindacati hanno reagito in modo molto critico a queste novità. Secondo François Chérèque, segretario della Cfdt, «una legge di destra non creerà posti di lavoro, non più di quanto una legge di sinistra non abbia impedito i licenziamenti» (Chérèque allude alla legge di Jospin sulla «modernizazazione sociale», oggi in via di smantellamento, che mirava a rendere più difficili i licenziamenti). Marc Blondel, segretario di Force ouvrière, è più drastico: «diventeremo tutti degli intermittenti» afferma, facendo riferimento alla situazione dei precari dello spettacolo che dal primo gennaio devono fare i conti con la riforma del loro sussidio disoccupazione (che è stato drasticamente limitato e che si tradurrà nell’espulsione di almeno un terzo dei lavoratori).

              La promessa di una «grande legge sull’occupazione» ha coinciso con l’entrata in vigore delle nuove norme sui sussidi di disoccupazione. Dal 1° gennaio, 180mila disoccupati sono rimasti senza sussidio. Secondo i calcoli degli economisti, nel 2005 potrebbero essere più di 600mila a trovarsi in questa situazione. E’ l’effetto della riforma che vorrebbe riportare in equilibrio i conti dell’assicurazione per la disoccupazione, in deficiit di 15 miliardi di euro per gli anni 2003-2005. Un terzo di questi 180mila senza lavoro non riceverà più nulla (perché vivono con un congiunto che lavora), un altro terzo prenderà l’Ass (assegno di solidariertà specifica), 406 euro che però prima erano versati a vita, mentre da adesso lo saranno solo per due anni (o per tre, per chi già li riceve). L’ultimo terzo cadrà sotto il regime dell’assistenza. Ma anche qui ci sono peggioramenti: l’Rmi (reddito minimo di inserimento) è sostituito dall’Rma (reddito minimo di attività), non più versato dallo stato ma dai dipartimenti e che impone di lavorare almeno 20 ore alla settimana per 545 euro al mese (gli imprenditori pagheranno solo la differenza con il vecchio Rmi, un po’ più di 100 euro, e i contributi per la pensione verranno versati solo su 5 ore).