“Europa” Le 35 ore francesi sono 39

16/09/2002



16 settembre 2002

RIPENSAMENTI Da dopodomani la legge voluta da Lionel Jospin e Martin Aubry è di fatto annullata. Con un po’ d’ipocrisia

Le 35 ore francesi sono 39


Ufficialmente il governo Raffarin ha solo «ammorbidito» la situazione. In realtà, grazie agli straordinari, l’orario settimanale di lavoro torna ai livelli di prima. Finisce qui una rivoluzione che forse ha contribuito alla sconfitta delle sinistre alle elezioni di primavera: per alcuni è stata una splendida utopia, per altri una follia giacobina

      «I francesi hanno più tempo per la famiglia, lo sport, il divertimento. Le donne possono stare un po’ di più con i bambini. E tutto senza penalizzare l’economia. Al contrario, la Francia è cresciuta e le 35 ore hanno creato 400 mila posti di lavoro. Sono curioso di vedere che cosa farà su questo argomento l’opposizione, se andrà al potere». In piena campagna elettorale, l’ex primo ministro Lionel Jospin difendeva così la legge sulla riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali, assunta a simbolo del governo della gauche . Con l’ottimismo illuminista che ha spesso caratterizzato la storia della sinistra francese – basti ricordare l’epoca delle nazionalizzazioni inaugurata negli Anni Ottanta da Mitterrand – si sosteneva che la legge Aubry, (dal nome del ministro del lavoro, Martine Aubry, che l’aveva concepita) aveva avuto effetti benefici anche sulla sessualità dei francesi: più week end, più tempo per fare l’amore, quindi baby boom, trascurando il fatto che le statistiche sull’aumento delle nascite non approfondivano l’origine etnica e sociale dei nuovi nati.
      Si sa come è andata e oggi la curiosità di Jospin è soddisfatta: il governo di centro destra di Jean Pierre Raffarin, che ha stravinto le elezioni, ha elaborato un decreto (in vigore dal 18 settembre) che di fatto vanifica la rivoluzione francese del lavoro, alzando a 180 ore annuali il tetto dello straordinario cui le imprese possono ricorrere. Il decreto inoltre riduce il costo aggiuntivo dello straordinario e monetizza in parte i riposi compensativi previsti dalle legge Aubry.
      In pratica è il ritorno alle 39 ore settimanali, anche se, con una buona dose d’ipocrisia tutta francese, si sostiene ufficialmente che la legge è stata soltanto «ammorbidita», ma non cancellata, fermo restando l’orario legale a 35 ore. Il decreto sarà in vigore per un anno e mezzo, il tempo di dar fiato alla ripresa economica e di aprire una contrattazione per categorie.
      Voluta dalla sinistra e vanificata dalla destra, quella delle 35 ore resta però una rivoluzione mancata e, adesso, una restaurazione incompiuta. In realtà un rompicapo contabile, una legge prêt-à-porter, ingarbugliata da posizioni ideologiche e di principio che lasciano presagire una battaglia autunnale dai contorni non molto dissimili da quelli italiani sull’articolo 18. Anche perché Madame 35 ore, come viene chiamata l’ex ministro Aubry, ha concepito una riforma che ha inevitabilmente coinvolto, oltre al mercato del lavoro e le relazioni industriali, anche la società civile, essendo in gioco il rapporto individuale fra lavoro e tempo libero, la gerarchia di alcuni valori sociali, l’impatto di una nuova cultura del lavoro e della produzione.
      Sinistra e sindacati sono sul piede di guerra. Accusano il governo di aver accolto in pieno le richieste del Medef, la Confindustria francese, che ha considerato l’assoupliment della legge Aubry un test della credibilità della nuova maggioranza politica. Affermano che la possibilità di ricorrere a più ore di lavoro straordinario non si tradurrà nemmeno in aumenti salariali significativi e accentuerà le disparità di trattamento fra diverse categorie e da un’impresa all’altra. Previsioni funeste e rese attendibili non solo dalle modifiche che il governo vuole introdurre ma anche dal modo in cui la legge è stata applicata in questi anni e dall’atteggiamento diverso di categorie sociali e di lavoratori. Lo stesso governo Jospin, rispetto al progetto iniziale, aveva previsto un assoupliment per le imprese con meno di venti dipendenti, un orario diverso per settori economici specifici (alberghi, ristorazione, industria alimentare) e spazio alla contrattazione per categorie. Inoltre, la legge Aubry prevedeva comunque il ricorso al lavoro straordinario fino a 130 ore annuali. La disparità temuta è già dimostrata dalle statistiche riferite all’applicazione della legge alla fine dell’anno scorso: il 90% nelle imprese con più di 200 dipendenti, il 40% nelle imprese fino a 50 dipendenti, il 10% sotto i 20 dipendenti. In totale, poco più della metà dei lavoratori.
      Tutti, compresi molti imprenditori, riconoscono che la legge Aubry ha favorito la crescita dell’occupazione e stimolato ammodernamenti tecnologici e competitività nelle grandi imprese. Ma quasi tutti, compresi esponenti della sinistra, ammettono effetti negativi, ad esempio nelle riorganizzazione di alcuni settori pubblici, come quello ospedaliero, e nella vita quotidiana di piccole imprese, società di servizi, artigiani, ristoratori.
      Gli stessi interessati si sono divisi, influenzando l’atteggiamento della classe politica e le divisioni ideologiche. A favore della Aubry soprattutto le mamme lavoratrici per il maggior tempo da dedicare alla famiglia e i ceti medi che, per effetto dei riposi compensativi, hanno potuto moltiplicare «ponti» e lunghi week end. Meno contenti gli operai che avrebbero continuato a preferire una busta paga più pesante. Le reazioni diverse avrebbero pesato anche sul voto, al punto che la rivoluzione voluta dalla sinistra ha finito per scontentare proprio i ceti popolari e soddisfare quadri intermedi che, il week end lungo, se lo possono permettere. Gli imprenditori si sono ufficialmente schierati contro la legge, soprattutto per il suo carattere impositivo, dimenticando però i generosi sgravi fiscali che la legge aveva previsto per la sua applicazione.
      Introdotta a metà e oggi rimessa in discussione, la rivoluzione del lavoro non offre così possibilità di controprova. Incompiuta e confusa dalle modifiche, resta, come le idee politiche, una grande ambizione, una splendida utopia o una follia giacobina. A seconda dei punti di vista.
Massimo Nava