“Europa” La spinta sul welfare spiazza le confederazioni

14/07/2003





domenica 13 luglio 2003

NOI & GLI ALTRI / Sullo Stato sociale Parigi va avanti, la svolta di Vienna.
A Berlino le 35 ore si fermano a Ovest

In Europa la spinta sul welfare spiazza le confederazioni

Le mosse di Schröder e il compromesso sulla via socialdemocratica ai sacrifici

      DAL NOSTRO INVIATO

      BRUXELLES – Al vertice dei metalmeccanici tedeschi la crisi è esplosa fragorosa negli ultimi giorni con la divaricazione tra i "riformisti" e i "massimalisti", tra chi sostiene la linea del dialogo con gli imprenditori e quindi del consenso, posizione caldeggiata ancora ieri dal cancelliere Schröder, e chi invece insiste sulla conflittualità permanente per ottenere la riduzione dell’orario di lavoro. Una crisi sindacale, quella dell’Ig Metall, strettamente legata ai venti recessivi che perturbano l’economia, al dualismo che in Germania resiste tra l’Ovest e le regioni deboli dell’Est, agli obblighi sui conti pubblici dettati da Bruxelles. Una difficoltà che, d’altra parte, suona come campanello d’allarme sullo stato di salute delle organizzazioni dei lavoratori.
      Il 2003 non si profila come l’anno fortunato del sindacalismo europeo.
      Crisi di rappresentatività, divisioni interne, firme separate di accordi, sconfitte accusate dopo settimane o mesi di lotta e manifestazioni di piazza, tutto ciò ha aperto una ferita in Francia, Austria e Germania, dalla quale potrebbe emergere un ripensamento delle varie Confederazioni sul ruolo istituzionale e sociale. Sono Paesi in cui i governi hanno deciso di mettere mano alle riforme del welfare o del mercato del lavoro, anche pagando il prezzo di uno scontro sociale senza precedenti. E ci sono riusciti. In Francia Jean-Pierre Raffarin ha aperto un varco nell’unità sindacale convincendo la Cfdt ("cugina" della Cisl) a firmare l’accordo in cambio di concessioni per le fasce più deboli, trascinandosi dietro altre due organizzazioni. Al contrario, Cgt ("cugina" della Cgil), Force Ouvrière e Umsa hanno detto no continuando la protesta.
      Raffarin, che si trova in queste ore ad affrontare la vertenza di artisti e operatori dello spettacolo, sulla previdenza è andato in Parlamento per farsi approvare la riforma. I dipendenti pubblici, una volta privilegiati, vengono sostanzialmente allineati ai privati, e il periodo minimo di contribuzione sale da 37 a 40 anni.
      Più o meno la stessa cosa è successa a Vienna, con la differenza che qui esiste solo un sindacato, la ÖGB. Da 40 anni gli austriaci non cambiavano le pensioni, il democristiano Wolfgang Schüssel ha fatto due conti e ha scoperto che Austria e Grecia sono i due Paesi dove la spesa previdenziale crescerà di più da qui al 2030. "Tagliare" è stato il motto del cancelliere. E il sindacato ha risposto con una fermata nazionale, il 6 maggio, che probabilmente passerà alla storia, visto che gli scioperi si calcolavano finora in monte secondi più che in monte ore. Anche qui, alla fine, ha vinto il governo. La riforma è passata in Parlamento.
      Schüssel, come Raffarin, si è presentato davanti alle forze politiche con un argomento forte: non siamo mai intervenuti sulla spesa e la previdenza riguarda tutti, incluse le future generazioni.
      In Germania le battaglie del sindacato si sono concentrate sul tema "flessibilità del lavoro", bandiera del governo Schröder. «Adesso si è acceso un dibattito – tiene a sottolineare Walter Cerfeda, da poche settimane nella segreteria della Confederazione europea dei sindacati – tra chi ritiene indispensabile toccare le pensioni e chi invece punta il dito sulle privatizzazioni, per fare cassa». Siamo dunque solo al livello dell’annuncio. E i sindacati tedeschi aspettano.
      Sul welfare non vogliono rompere con il governo rossoverde, hanno accettato la linea socialdemocratica sui sacrifici, scendono a compromessi che in altre epoche avrebbero respinto. Sono stati disponibili a incrinare la storica rigidità del lavoro tedesco, ora il fallimento dello sciopero nell’Est, all’origine della crisi Ig Metall, li fa ancor più meditare. «Si è avviata una riflessione» dice Cerfeda «forse la rivendicazione per ridurre l’orario era intempestiva». Nei laender orientali sono localizzate le produzioni più deboli, proprio quelle messe a repentaglio dalla concorrenza delle economie dell’Est che entreranno con l’allargamento dell’Europa. Con la lotta dura rischiano tutti. A Bruxelles si ricorda che alcuni paesi, per esempio Austria e Germania, non avevano mai realizzato riforme. In Francia si era fatto troppo poco. La Spagna è intervenuta due anni fa, aprendo l’era sindacale degli accordi separati. «Svezia e Italia – viene ribadito – sono considerati nell’ultimo Rapporto della Commissione Ue i più virtuosi», nel nostro caso grazie alle due riforme del 1994 e 1996, «che hanno stabilizzato la spesa al 2037». Una cosa appare certa: in Italia sulle pensioni il sindacato è unito, anzi trova un’occasione di ricompattamento dopo le incertezze emerse nelle trattative sul mercato del lavoro. Almeno per il momento. «Il vero dibattito – avverte Cerfeda – soprattutto in Francia, ma che probabilmente si diffonderà presto in Europa, punta oggi sul peggioramento del lavoro. Si è sempre meno soddisfatti, anche dal punto di vista economico, ci si sente precari, frustrazioni che spiegano la corsa al prepensionamento. Dovremmo cominciare a discutere di questo».
Claudio Lindner


Economia