Europa, la paura in piazza

04/06/2003



          Mercoledí 04 Giugno 2003

          COMMENTI E INCHIESTE
          Il welfare della discordia
          Europa, la paura in piazza
          Dalla Francia all’Italia, dalla Germania alla Gran Bretagna è iniziata una stagione di proteste contro le riforme: i sociologi parlano di timore della globalizzazione


          MILANO – Le strade di Parigi sono tornate ieri a riempirsi di insegnanti, postini, piloti: centinaia di migliaia di lavoratori del pubblico impiego uniti contro la riforma delle pensioni. Solo qualche giorno prima, nel congresso straordinario della Spd, il cancelliere Gerhard Schröder era riuscito a piegare la sinistra del suo partito, collegata alla potente Dgb, la centrale sindacale tedesca, che si opponeva a un programma di riforme del Welfare tedesco. In Francia è entrato in campo anche il presidente, solo un anno fa votato dall’80% degli elettori. Il premier Jean-Pierre Raffarin ha detto: «Jacques Chirac veut gagner la bataille de l’opinion». È aperta la battaglia per conquistare l’opinione pubblica. In Germania il segretario della Dgb Michael Sommer ha detto: «Noi non facciamo scioperi generali o politici, la lotta politica compete all’opposizione». Guido Baglioni, professore di Sociologia all’Università Bicocca-Milano, spiega: «In Francia il sindacato sfida il governo, in Germania la Dgb considera il governo un interlocutore».
          Un nuovo maggio? La protesta è ampia. Il Wall Street Journal scrive di una Francia a cui piace «di maggio andare per le strade». L’Unità scrive di un «nuovo maggio francese» guidato dagli insegnanti. Punti di vista diversi, ma un fatto certo: contro le riforme di Raffarin si schiera una parte consistente della società. Le Parisien parla di un 65% di francesi. Su Le Monde si nota che: «Ce goût de l’affrontement politico-syndical ne survit plus que dans la fonction publique». Ormai si protesta solo nel pubblico impiego. Giulio Sapelli, professore di Storia economica della Statale di Milano, dice: «Sono sorpreso dalla consistenza della solidarietà verso gli scioperanti: si esprime così la paura di un’intera nazione per la globalizzazione, per l’apertura alla società del rischio». In Germania la protesta è più contenuta, si è limitata a 15 comizi della Dgb, affollati da lavoratori regolarmente sopra i 50 anni. In Austria contro la riforma delle pensioni c’è stato il primo sciopero generale dopo mezzo secolo. In Spagna il sindacato si mobilita: ed è assai più radicale il sindacato socialista – annota il Manifesto – Ugt delle comuniste Comisiones obreras. Spagna e Italia sono in testa agli scioperi del 2002. «Mettere in discussione il futuro (e toccare le aspettative di pensionamento anticipato significa proprio fare questo) rende assai nervosi i lavoratori. Anche in Italia ci sarebbero risposte aspre se si andasse in questa direzione», dice Antonio Panzeri, segretario della Camera del lavoro di Milano. «In sindacati del tipo di quello italiano, dove la metà degli iscritti è in pensione e un altro quarto vi andrà presto, reazioni di protesta come quelle di questi tempi, sono inevitabili», dice Benedetto Della Vedova, europarlamentare radicale. I pompieri inglesi. In Gran Bretagna le Trade Union sempre più fredde con Tony Blair tentano di condizionare il governo ora con le lotte dei pompieri ora con manifestazioni contro la riforma della Sanità proposta dal New Labour. Ma sinora i risultati sono deludenti, il governo regge bene agli attacchi. Per punire i blairisti non resta che qualche minore rappresaglia come quella di togliere al vicepremier, John Prescott, assai duro nel confronto con i pompieri in lotta, un appartamento di proprietà del sindacato trasporti assegnato a Prescott 30 anni fa, quando il vice Blair faceva ancora il delegato sindacale di un’impresa marittima. In Francia il sindacato più moderno, la Cfdt, si dissocia dalla lotta dei sindacati più politicizzati, Cgt e Fo. In Germania il sindacato dei più tecnologici chimici, la Ig Bce, assieme ad altri due minori, prende le distanze dal resto della Dgb. «Il movimento sindacale è molto differenziato nel nostro continente: alla fine è più forte dove ha basi comunitarie, come nei Paesi scandinavi. L’Inghilterra è largamente deregolarizzata. In Francia conta ormai solo nel pubblico impiego», dice Sapelli. Il 28 maggio si è concluso il congresso della Confederazione europea dei sindacati, sede di confronto ma con scarsa funzioni di coordinameno. «Sta un po’ sulle generali come molte istituzioni europee», dice Panzeri. «Le condizioni del Welfare sono molto differenti nei vari Paesi dell’Europa», ha detto John Monks, già segretario delle Trade Union e ora nuovo leader della Ces. «Ci potrebbe essere una lotta europea sulle pensioni solo se ci fosse una proposta comune dell’Unione. Ma questo giorno mi sembra lontano», dice Panzeri.
          Le rigidità dell’euro. Intano le riforme vanno avanti in Francia e in Germania. Mentre in Italia anche Antonio Fazio spiega che la riforma delle pensioni è «indispensabile». «Forse andrebbe studiato meglio il sindacalismo americano che nell’autogoverno del Welfare sta facendo importanti esperienze. E lo fa, senza rinunciare a fare politica: la principale centrale sindacale americana, l’Afl-Cio, si è schierata contro la guerra. Da noi, l’euro impone nuove rigidità, mentre l’Unione non è in grado di fare interventi per superare le rigidità imposte dalla monetà unica. Non restano che forti iniezioni di flessibilità in tutto il sistema. Non so se siano socialmente tollerabili. In molti Paesi, iniziando dall’Italia, sulle scelte razionali finiranno per prevalere comportamenti dettati dalla storia delle organizzazioni», dice Sapelli. «Rispetto al sindacalismo americano, in Europa spesso si è affermata un’organizzazione confederale che si fonda sulla solidarietà e alla fine serve a tenere insieme la società. Certo, al nostro sistema di Welfare servirebbero interventi di razionalizzazione. Credo, però, che si andrà avanti solo per piccoli compromessi. Anche perché i sindacati più moderni, come la Cisl, esprimono un sindacalismo degli associati che non è stato in grado di contestare l’egemonia del sindacato di cultura socialista, che nelle sue diverse esperienze fa del rapporto con la politica un elemento fondante», dice Baglioni.
          Non solo flessibilità. «Il sindacato fa il suo mestiere, tutela diritti di base faticosamente conquistati. Non può rinunciarvi. Nella contrattazione sarà difficile rinunciare ad accordi nazionali che diano una tutela di base a tutti i lavoratori. Per quel che riguarda il sistema pensionistico non si può andare oltre a quel che è stato deciso dalla riforma Dini, con risultati che si stabilizzeranno tra qualche anno: dopo 40 anni di lavoro una persona ha diritto di andare in pensione. Né si possono accettare tagli alla contribuzione di nuovi assunti che già si trovano in condizione di grave disparità di trattamento pensionistico rispetto alle generazioni che li hanno preceduti. Dentro questo quadro di tutele vi è spazio, poi, per interventi di razionalizzazione. Però le imprese non devono puntare solo sulla flessibilità. Devono innovare», dice Panzeri. I Verdi tedeschi hanno ribadito in questi giorni che non accetteranno aumenti dei contributi previdenziali-assistenziali al 19,8% dello stipendio: oggi sono al 19,5%, ben al di sotto dei livelli italiani.
          Pensare al futuro. «È il segno che finalmente qualcuno si fa carico anche delle nuove generazioni. I Verdi che raccolgono il voto di tanti trentenni si rifiutano di sostenere i diritti dei soli ultracinquantenni. Sulla questione delle pensioni si misura la volontà di una nazione: se guarda al passato o pensa al suo futuro. Non è solo questione di equilibrio finanziario. Se una fetta del prodotto lorodo dal 15 al 13% va a sostenere le pensioni, non avremo più spazio per un Welfare che pensa ai giovani, ai disoccupati. Certo, vi è un problema di consenso, se si pensa di decidere solo con il via libera del sindacato, si farà poco. Bisogna avere il coraggio di Blair che punta a un’età minima per il pensionamento di 67 anni, come c’è già in Svezia, e insieme offre una pensione minima decente e uguale per tutti», dice Della Vedova.
          LODOVICO FESTA