“Europa” La grande malata

20/11/2002


            1- FRANCIA La paura blocca la ripresa
            2- GERMANIA Poco lavoro, troppe spese inutili

            (Del 20/11/2002 Sezione: Economia Pag. 9)

            EUROPA
            la grande malata

            FRANCIA
            La paura blocca la ripresa

            analisi
            Cesare Martinetti
            corrispondente da PARIGI
            UN fiume di champagne scivola sulle angosce dei francesi. Tre bottiglie a testa all’anno, assicura Yves Bénard il patron dei patrons delle bollicine che qualche giorno fa ha organizzato una bella festa nel salon Saint-Honoré dell’hotel Bristol a due passi dall’Eliseo. Brindisi per la fiducia ritrovata dopo anni di crisi, la fabbrica del cincin non ricordava tante sbornie da un sacco di anni, eccezion fatta per il capodanno 1999, quando tutti pensavano di dover festeggiare un nuovo millennio di felicità. Champagne correva l’altra sera al ristorante Lasserre per festeggiare i 90 anni di Monsieur René, che 60 anni fa ha preso un bistrot in mezzo ai garages e l’ha trasformato in un tre stelle Michelin (oggi due). C’erano i venti migliori cuochi di Parigi, c’era Charles Aznavour che ha cantato «La vie en rose». Champagne al B4, sabato, ultimo locale di tendenza aperto nel Marais, gestito da Jerôme e Ludo, dalle 11 alle 2 di notte cucina mediterranea, coffee-shop, la più vasta collezione di vodka aromatizzata, boutique di abiti di marca «clubbing-spirit». Il posto più nuovo dove passare il «prima» di ogni serata. Parigi è sempre Parigi, ma la Francia non si sa. Crisi d’angoscia, titolava ieri Libération raccontando il barometro dell’opinione pubblica registrato dall’Osservatorio dell’Istituto Louis-Harris. Altro che «Vie en rose»: il 79 per cento dei francesi teme un conflitto sociale generalizzato, il 78 ha paura che la Francia partecipi alla guerra con l’Iraq, il 76 è ossessionata da una grande catastrofe ecologica e sicura che sta arrivando la recessione economica. Il primo ministro Jean-Pierre Raffarin, l’uomo nuovo sul quale Jacques Chirac sta costruendo il suo secondo mandato presidenziale, una settimana fa ha improvvisato un riuscito fuori programma nel parterre dell’Assemblée Nationale. Stava parlando il ministro dell’economia Francis Mer, quando il premier gli ha quasi preso il microfono di mano: «Si, è vero, la Francia è in ritardo ed è per questo che noi continueremo ad alleggerire le imposte e i carichi che pesano sul lavoro e sulla competitività delle imprese». Il Forum Economico di Davos e l’università americana di Harvard avevano appena dato la loro classifica sulla competitività dei paesi: in un anno la Francia ha perso dieci punti passando dalla ventesima alla trentesima posizione, subito dopo l’Ungheria e appena prima della Tailandia. Solo l’Italia – hanno scritto i giornali francesi – ha fatto di peggio scivolando di tredici punti al trentanovesimo posto. Più che di statistiche si tratta di opinioni, che in politica sono ugualmente utili: non era stato proprio Chirac a chiedere il voto dei francesi per uscire dal declino in cui la sinistra aveva precipitato la Francia? Per adesso il seminuovo governo di Monsieur Raffarin può ancora godere dell’alibi di aver ricevuto un’eredità pesante da Jospin: un buco in bilancio non previsto, previsioni di crescita irrealistiche, carico fiscale esagerato, etc. Il ministro dell’economia Mer ha subito usato la pagella di Davos per confortare e confortarsi: «Siamo poco attrattivi perché troppo handicappati». La ricetta Raffarin sarà non rispettare gli impegni europei in termini di conti e di bilancio e di scommettere su una crescita del 3 per cento il prossimo anno, anche se nessuno ci crede. L’economista Nicolas Baverez, per esempio, ha scritto su le Monde che il 2003 sarà un nuovo «anno terribile»: esportazioni a meno 10, consumi stagnanti, disoccupazione al 10%, la guerra che arriva. Tradotto in cifre, secondo Baverez, significa crescita zero e deficit tra il 3,5 e il 3,8. Come già oggi la Germania che, non a caso, ha diminuito il consumo di champagne: meno dieci per cento. Baverez è un liberale che immagina un futuro con meno stato, soprattutto in Francia dove ancora ieri il ministro dell’Industria Nicole Fontaine ha annunciato che i mercati dell’energia (elettricità e gaz) saranno liberalizzati solo a partire dal 2007-2009 mentre l’Europa dice 2005: il solito, vecchio riflesso statalista. Ma intanto l’estrema sinistra gioca sulla crisi e il giornale dei comunisti, l’Humanité, ogni giorno annuncia il crollo del capitalismo: «La Borsa è tornata al rosso, da New York a Parigi, da Londra a Francoforte. Il temporale travolge gli ultimi della catena, le cifre danno le vertigini. Alcatel taglia 19 mila posti nel mondo, Hewlett-Packard 16 mila e 800 di cui mille e 200 in Francia… 80 mila disoccupati in più a fine anno». Il quotidiano economico la Tribune (non comunista) anticipava ieri che a fine anno il numero dei fallimenti sarà un record: più sei per cento rispetto all’anno scorso. Gli annunci delle chiusure sono uno stillicidio. Le ultime: la lingerie Rouleau-Guichard taglia della metà (da 700 a 350) i dipendenti; Whirpool chiude ad Amiens (360 lavoratori), così come Daewoo (229 addetti ai forni a microonde) in Lorena. Ogni regione ha i suoi guai: l’Alsazia, tra tessile e nuove tecnologie ha perso tre mila posti dall’inizio dell’anno a oggi. In Normandia la maggioranza dei 2 mila e 800 della Moulinex che hanno perso il posto un anno fa è ancora a spasso. L’età media è intorno ai 50 anni, lo stato d’animo vicino alla disperazione. Niente champagne, da quelle parti. E niente bollicine nemmeno per il ritorno alla mairie di Bertrand Delanöe sei settimane dopo la coltellata portata dalla banlieue di Bobigny dall’oscuro Azédine Berkane per odio verso «politici e omosessuali». Il sindaco di Parigi è ricomparso con un cappotto scuro, un abito grigio e una camicia nera. Azédine l’aveva colpito nella «notte bianca» di Parigi quando per gioco l’acqua della grande piscina di Pontoise era stata colorata di rosso. Doveva essere una festa, è stata la misura di un’angoscia collettiva. Come in questi giorni in cui mille poliziotti presidiano il métro per paura di attentati, in tv si parla in continuazione di Iraq, il presidente degli Stati Uniti è diventato la maschera più ridicola dei satirici «Guignols» all’ora dei Tg, ma anche l’uomo di copertina per Paris Match: «Un cowboy chiamato Bush». Trecento milioni di bottiglie di champagne della vendemmia 2002 aiuteranno la Francia. A dimenticare.
            GERMANIA
            Poco lavoro, troppe spese inutili

            analisi
            Francesca Sforza
            corrispondente da BERLINO
            Scivola nei sondaggi, viene rimproverato dagli esperti economici, i ragazzi lo prendono in giro ballando a ritmo di rap «la canzone delle tasse», e da qualche tempo cominciano a circolare sul suo conto anche barzellette irriverenti, un po´ come accadeva nelle ultime fasi dell´era Kohl. Il cancelliere Gerhard Schroeder sta toccando in questi giorni il minimo storico della popolarità e la Germania, per usare l´espressione utilizzata in un recente rapporto economico «è sull´orlo del tracollo». Il procedimento ufficiale avviato dalla Commissione Europea nei confronti della Repubblica Federale per aver oltrepassato i limiti previsti dal patto di stabilità è niente in confronto alle notizie che arrivano dall´interno del paese: la Corte dei Conti ha dichiarato ieri nel suo rapporto annuale che oltre due miliardi di euro sono stati male impiegati dal governo per operazioni «economicamente sbagliate» e cita 121 casi di cattiva amministrazione del denaro pubblico, tra cui un improbabile programma di scudo stellare per i carri armati dell´esercito, costato 157 milioni. Le associazioni dei datori di lavoro, in una riunione ieri nella capitale, hanno definito la crisi tedesca come la peggiore degli ultimi venti anni: «Il sistema sanitario è indebitato per 15 miliardi di euro ? ha detto il presidente dell´associazione industriali Dieter Hundt ? e fra breve raggiungerà il suo punto di rottura; la crescita è bassa e non vediamo alcun passo, da parte del governo, nella direzione di un rilancio dell´economia». Anche gli analisti economici dei diversi istituti concordano nel dire che le riforme presentate dal governo non sono esattamente ciò che ci si aspettava: troppi aumenti di tasse e poche riforme radicali nel mercato del lavoro. Tra le cause principali della malattia tedesca ci sono ancora gli effetti della riunificazione, che ha generato la crisi di molte piccole imprese e la conseguente diminuzione dei posti di lavoro. Secondo il rapporto economico 2002 dei cinque saggi, la politica monetaria comune condotta dopo l´ingresso dell´euro ? anch´essa conseguenza indiretta della riunificazione ? avrebbe inoltre neutralizzato il vantaggio del tasso d´interesse tedesco. Con un tasso di interesse reale di circa il 2 per cento, infatti, «La politica monetaria finisce col risultare più restrittiva per la Germania che per altri paesi europei. Il paese sconta inoltre ? si legge nel rapporto ? le rigidità di un mercato del lavoro che, nel quadro del dopo-riunificazione, ha pesato sulla Germania più che su altri». I risultati, negli anni, sono stati una progressiva diminuzione delle entrate fiscali, la perdita e la mancata creazione di posti di lavoro, con un conseguente aumento dei sussidi sociali. «Arrivati a questo punto il governo dovrebbe accettare l´evidenza ? ha detto Wolfgang Wiegard, uno dei cinque saggi ? e capire che esiste un conflitto di obiettivi tra la creazione di posti di lavoro e la giustizia sociale». Ma qual è la giustizia sociale che Gerhard Schroeder sta inseguendo? «E´ la protezione mascherata di una precisa fetta di interessi», risponde con durezza Oswald Metzger, ex responsabile economico dei Verdi, da un mese fuori dal partito per sua scelta e ? dicono ? a causa di un insanabile conflitto con Joschka Fischer. «Questo governo ? ha scritto ieri Metzer in un lungo articolo sul «Financial Times» – ha rinunciato all´idea di creare un´economia per le future generazioni. Il risultato è che la Germania, un paese con un immenso potenziale economico è l´ultimo in Europa e nel mondo. La tragedia è che i suoi leader sembrano incapaci di rendersene conto». E´ stato proprio Oswald Metzger in una recente intervista televisiva, ad offrire all´opposizione cristiano democratica il materiale per invocare una commissione parlamentare che indaghi sulla truffa elettorale dei rosso verdi. «Le cifre del deficit erano note a diversi livelli ? ha detto Metzger ? ma si è deciso di tenerle nascoste per motivi elettorali. Anche se fosse accaduto un miracolo nell´ultimo trimestre, la soglia del tre per cento di deficit sarebbe stata superata comunque. Hans Eichel non poteva non sapere quello che Oswald Metzger sapeva benissimo». La decisione di aprire una commissione d´inchiesta spetta al Parlamento, e anche se politologi come Ulrich von Alemann vi leggono «un eccesso e una criminalizzazione non conformi alla tradizione politica tedesca», l´editoriale di ieri del «Financial Times Deutschland» osservava che «anche a proposito delle promesse elettorali più azzardate ci sono regole di trasparenza che non possono venir infrante in questo modo». Le promesse elettorali non si giudicano nei tribunali, ma se dovesse essere dimostrato con certezza che Eichel sapeva di non rispettare i limiti del deficit prima del voto, pesanti conseguenze sulla credibilità della coalizione non si farebbero attendere. I prossimi appuntamenti elettorali, negli stati dell´Assia e Bassa Sassonia, non contribuiscono a rasserenare il clima: la coalizione scricchiola e fra i verdi aumenta di giorno in giorno il fronte del dissenso, Schroeder ha accusato l´opposizione di degradare il confronto politico a un volgare scambio di insulti, Angela Merkel, leader della Cdu, gli ha risposto che la Germania non è abituata a politici che «il giorno dopo del voto si comportano in modo completamente differente da quanto avevano detto il giorno prima». Autorevoli fonti giornalistiche sostengono che sarebbe pronto, per i cittadini tedeschi, un aumento dell´Iva al 17 per cento, ma che non verrà comunicato prima del voto in Assia e in Bassa Sassonia. Il governo, però, ha smentito seccamente. Oggi il ministro delle Finanze Eichel presenta al Parlamento il pacchetto delle riforme, ieri ha promesso che il deficit, l´anno prossimo, non verrà superato e che sono già in atto misure per evitare altri sforamenti. Pedro Solbes, in una lunga intervista alla «Zeit» in edicola oggi, gli ha però ricordato che non sono l´alluvione e la bassa congiuntura ad aver provocato il mancato rispetto del 3%. Il deficit tedesco – ha detto
            Solbes – è un deficit fatto in casa.