“Europa” La Francia ci ripensa: «Addio alle 35 ore»

07/02/2005

    lunedì 7 febbraio 2005

    I SINDACATI NON RIESCONO A FERMARE LA RIVOLUZIONE SOTTERRANEA DI RAFFARIN
    La Francia ci ripensa
    «Addio alle 35 ore»
    La riforma socialista del 1998 era già superata dalla realtà dei fatti
    Domani via libera alla nuova legge: si potrà lavorare quanto si vuole

      Domenico Quirico
      corrispondente da PARIGI

        Quattro articoli. Secchi. Brutali. La proposta sulla riforma delle 35 ore è in termini legislativi l’equivalente di una brutale esecuzione. Anzi di un colpo di grazia, visto che la norma socialista sull’orario di lavoro nelle imprese con più di venti dipendenti era già ferita e moribonda. Alla disciplina firmata nel 1998 da Martine Aubry il governo Raffarin ha giurato da sempre una brutta fine: evoca un passato sgradevole per la attuale maggioranza, è un simbolo che bisogna primo o poi ridurre in briciole.

          Al primo ministro piace sempre citare la politica delle «piccole rivoluzioni». E «ammorbidire» («assouplir») è il verbo scelto per saldare i conti. Raffarin non ha peraltro rinunciato a schiacciare l’oliato pedale di un po’ di demagogia: i francesi vogliono lavorare di più per guadagnare di più, assicura. Volontà lusingatrice a cui il demagogico congegno della Aubry avrebbe messo un lucchetto micidiale. Ma Raffarin sa che combattere contro i simboli come le 35 ore è pericoloso: sono degli accumulatori di umori, di rabbie, di nostalgie. Meglio aggirare. La proposta di riforma, infatti, è firmata da due deputati della maggioranza e non dall’Esecutivo.

            L’idea che la battaglia sia più politica che economica e che le trentacinque ore (che i critici più severi hanno definito «un’arma di distruzione di massa della produzione e dell’occupazione»!) siano un segnale per frenare sul nascere la ambizioni di rivincita dei socialisti è più che un sospetto. La prova? La confusione sulle cifre: ad esempio secondo il ministero del Lavoro tra il 1998 e il 2002 la legge ha creato 350 mila posti di lavoro; per una indagine degli imprenditori precipitiamo a 150 mila. I sondaggi su favorevoli e contrari, poi, sono un arcobaleno: si va da un oceanico 77 per cento di sì a cifre sotto il cinquanta.

              In termini di diritto, certo, la legge resterà in piedi. Ma quello che domani uscirà dal voto dell’Assemblea nazionale sarà ormai un contenitore vuoto. La grande mobilitazione sindacale che sabato ha portato in piazza in 118 città da trecentomila persone (stima del ministero dell’Interno) a cinquecentomila (stima del sindacato) e le barricate alzate da socialisti e comunisti hanno fatto slittare solo il capitolo finale. Ieri il portavoce del governo, Jean-François Copé, ha ribadito che non si torna indietro: «La nuova normativa rafforza la libertà di scelta dei lavoratori. In nome di che cosa la sinistra vuole vietarla? La nostalgia, l’ideologia?». E promette che il dinamismo innescato creerà, magico sostantivo, occupazione.

                L’arma scelta per l’esecuzione è la stessa già utilizzata con successo per infliggere i colpi preliminari: il grimaldello infallibile delle deroghe, dell’allargamento del negoziato nelle singole imprese. Gli straordinari possibili erano già saliti da 180 a 220 ore l’anno, che di fatto equivalgono a settimane di 40 ore. Da domani il lavoratore che lo desidera potrà arrivare fino a un massimo di 48 ore la settimana. E ancora: si potranno versare ore, congedi pagati e giorni di riposo a cui si è rinunciato su un «conto tempo risparmiato» e farseli liquidare a fine anno. Colpo finale: i lavoratori potranno rinunciare ai loro giorni di riposo fino a un massimo di dieci in cambio di un aumento di salario sulla base di una accordo aziendale o di settore.

                  Che cosa nasconde la «mini rivoluzione» di Raffarin lo hanno compreso bene la Aubry e i sindacati. L’ex ministro socialista non usa metafore: «E’ un ritorno indietro di quaranta anni. E’ la durata legale del lavoro a 35 ore che è svuotata del suo contenuto. Le ore supplementari saranno pagate a tariffa normale. Quello che vuole il governo è dunque far lavorare di più senza guadagnare di più».

                    Dopo la Waterloo sulle pensioni il sindacato, a sua volta, si rannicchia nella ridotta delle trentacinque ore perché come tutti i simboli restituisce unità tra le rissose confederazioni. Per la Cgt, poi, i cortei in piazza sono stati una boccata di ossigeno. Il segretario Bernard Thibault è stato appena umiliato dal suo comitato confederale, il parlamento dell’organizzazione: aveva invitato a non dare indicazioni di voto al prossimo referendum sull’Europa, lo hanno schiaffeggiato con un 82 per cento di favorevoli a scrivere no.

                    Arrivato alla Cgt nel 1999 in un sindacato un po’ sovietico e un po’ alla Malot, ha impugnato la bandiera del riformismo e della ricerca dell’unità con le altre sigle sindacali. Le barricate lo salvano quindi da spiacevoli rese dei conti interne.

                      Sullo sfondo resta, silenzioso, il presidente Chirac. La ripresa dello scontro sociale dicono evochi in lui brutti ricordi: meglio trattare per evitare di dover fare marcia indietro davanti alle piazze in tumulto, sarebbe la sua tendenza. Lo aveva già consigliato, nel 1968, a de Gaulle.