“Europa” La Francia cambia la legge sulle 35 ore

23/03/2005
    mercoledì 23 marzo 2005

      La Francia cambia la legge sulle 35 ore
      Nel settore privato potranno essere siglati accordi per lavorare fino a 13 ore in più. Contraria la sinistra

        MILANO Addio alle 35 ore. Il parlamento francese ha approvato ieri – in via definitiva – la riforma dell’orario di lavoro cancellando, di fatto, la normativa introdotta nel 2000 dal governo socialista.

          In base alle modifiche, proposte dalla maggioranza di centrodestra, votate dall’assemblea nazionale – 350 voti a favore e 135 contrari – la settimana standard resta sì, formalmente, di 35 ore, ma i dipendenti nel settore privato potranno siglare accordi con i datori di lavoro per lavorare fino a 13 ore in più. E i lavoratori saranno incoraggiati a convertire in salario o miglioramenti contributivi i giorni di riposo compensativo finora corrisposti per l’orario oltre le 35 ore. A conti fatti l’orario potrà salire fino a 48 ore settimanali.

            In pratica, la nuova normativa permetterà una maggiore flessibilità, che dal punto di vista formale viene spiegata come possibilità di lavorare di più per i dipendenti che lo desiderino, ma di fatto finità con l’incidere sulla durata dell’orario normale. Mentre gli straordinari verranno contabilizzati solo a partire dalla 37esima ora (anzichè dalla 36esima) e per le prime quattro ore la maggiorazione retributiva sarà del 10 per cento al posto del 25 per cento attuale.

              Il testo della legge – contestato dal partito socialista guidato da Francoise Hollande – si propone in definitiva di conciliare due esigenze tra loro inconciliabili: rispettare l’impegno assunto dal presidente Chirac di non rimettere in discussione la durata legale del lavoro e dall’altra la volontà della maggioranza di centrodestra di abrogare le 35 ore considerate un freno alla crescita economica. Di qui, appunto, il ricorso alla volontarietà. E all’incentivazione.

                La riduzione dell’orario – la cosidetta «legge Aubry», caposaldo della campagna elettorale di Jospin del 1997 – ha portato alla riduzione della settimana lavorativa da 39 a 35 ore di lavoro settimanali ed è entrata in vigore il primo febbraio del 2000 per le imprese con più di 20 dipendenti e il primo gennaio del 2002 per la pubblica amministrazione e le aziende con meno di 20 dipendenti. Obiettivo dichiarato della legge, la creazione di nuovi posti di lavoro. Obiettivo che il partito socialista considera raggiunto quantificandolo, per la durata della sua vigenza, in oltre 350mila nuovi posti. Ma che la maggioranza conservatrice contesta, attribuendo alla legge un impatto recessivo sull’economia e sullo stesso potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti.

                  La decisione ha avuto echi anche in Italia. «È un errore intervenire per via legislativa perchè la strada più corretta è quella della contrattazione. Stabilendo regole di questo tipo si introducono solo inutili rigidità» – commenta il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta. Che sottolinea la differenza esistente tra il sistema francese e quello italiano. «Noi non abbiamo nulla da imparare da questa vicenda e sarà importante capire quali potranno essere i riflessi per i lavoratori francesi dal punto di vista delle garanzie e delle tutele occupazionali».

                    a.f.