Europa. “Intervista” J.Dromey: Le Union scelgono la flessibilità

25/09/2002
          25 settembre 2002





          COMMENTI E INCHIESTE
          IL LAVORO CHE CAMBIA
          Parla Jack Dromey l’innovatore
          Le Union scelgono la flessibilità per l’occupazione e le pensioni



          (DAL NOSTRO CORRISPONDENTE)
          LONDRA – Jack Dromey è un duro. Il segretario generale del potente sindacato britannico dei dipendenti pubblici (Tgwu) ha infatti messo il Paese quasi in ginocchio quando, un mese fa, ha guidato lo sciopero di oltre un milione di persone che chiedevano migliori condizioni di lavoro. Uno sfoggio di forza del genere da parte delle Union non accadeva da 25 anni. Un segnale che molti, nel mondo delle imprese, hanno visto con apprensione, temendo un ritorno al passato, altri come un avvertimento a Tony Blair a non tirare troppo la corda poiché i dipendenti pubblici non sono più disposti a fare sacrifici a senso unico. Dromey, di origine irlandese, figlio di uno stradino di Cork e un’infermiera di Tipperary, è uno degli innovatori del sindacato britannico, nel drappello di punta che una decina d’anni fa ha avviato la modernizzazione. Idealmente è blairiano. Sua moglie, Harriett Harman, è stata ministro della Sicurezza sociale nel Governo Blair della passata legislatura. In questa intervista al Sole-24 Ore, Dromey spiega i valori del moderno sindacalismo che hanno permesso alla Gran Bretagna di vivere una lunga stagione di ripresa e benessere. E che potrebbero essere di suggerimento a quanti in Italia coltivano pulsioni fondamentaliste. In altre parole, si possono difendere legittimamente, anche a oltranza, gli interessi dei lavoratori, ma al tempo stesso concepire un ruolo nuovo del sindacato in un mondo percorso dalle sfide della globalizzazione? «I sindacati devono agire da guardiani degli interessi degli iscritti – afferma – ma anche essere un fattore di cambiamento: difendere lo status quo porta alla rovina. Dobbiamo infatti puntare a una legittima flessibilità perché è nel nostro interesse. Per giungere a una cultura di alti salari, alta produttività e alta qualità dei servizi offerti. Avendo chiaro in mente che non potremo avere successo finché le imprese non avranno successo. Il radicalismo fine a se stesso non paga».
          Il sindacato non può volere la luna, insomma….
          Si ricorda il film comico dei Monthy Python «The Life of Bryan» in cui, nell’antica Palestina, il Fronte di liberazione della Giudea e il Fronte popolare di liberazione della Giudea litigano su come sovvertire l’ordine romano? L’attore John Cleeves continua a ripetere il tormentone: «Cosa hanno fatto i Romani per noi?». E riceve la risposta: «In fondo ci hanno portato l’acqua». Allora contrattacca dicendo: «Sì, ma poi?». E gli viene risposto: «Anche le fogne». «Sì ma poi?». «Anche le strade» e via di seguito…
          Però lei recentemente a Blair ha fatto vedere i sorci verdi...Considera Blair un conservatore? Nessun Governo conservatore avrebbe fatto ciò che ha fatto questo Governo, che ha gestito con competenza l’economia, garantito nuovi diritti ai lavoratori dopo 20 anni di aggressioni e ora mette i servizi pubblici al centro delle priorità. Sono risultati importanti.
          E allora, mi scusi, perché vi lamentate?
          Perché pensiamo che i datori di lavoro siano troppo forti e ascoltati dal Governo e che i lavoratori ancora non godano di protezioni che sono naturali in Europa continentale. Il Governo sta mostrando però di esser pronto a scendere a compromessi.
          Blair è troppo pro-business insomma…
          No, non mi disturba il fatto che il Governo sia a favore delle imprese, anche perché ciò è servito a rompere lo storico legame tra conservatori e aziende. Un legame costruttivo tra Governo e aziende mi va bene, ma non deve avvenire a spese dei diritti dei lavoratori.
          Come mai avete deciso di agire ora?
          In tutto il Paese c’è la quasi piena occupazione e ora vogliamo una quota maggiore di benessere. C’è insomma l’opportunità di fare passi in avanti. Ci sono però ragioni più importanti e cioè i bassi stipendi del settore pubblico rispetto a quello privato. E il Governo non può pretendere di avere migliori servizi pubblici se non investe sui lavoratori. I dipendenti pubblici sono stati considerati ingiustamente per anni di seconda categoria rispetto ai privati. E quindi siamo scesi in agitazione. Personalmente ho percorso 3mila miglia su e giù per il Paese. Abbiamo ottenuto buone condizioni per i peggio pagati e una commissione sta studiando la struttura delle retribuzioni per risolvere il problema.
          Pensate che le ragioni siano tutte dalla vostra parte?
          No, il Governo ha infatti il diritto di esigere servizi pubblici migliori e il pubblico ha il sacrosanto diritto di esigere un trattamento migliore. Sono peraltro convinto che la visione vecchio-stile tutta a favore dei produttori (producerism) sia sbagliata. È infatti l’interesse pubblico che deve essere al centro di tutto e i sindacati devono scolpirselo chiaro in testa per non diventare impopolari. I servizi nel passato parevano concepiti per andare incontro agli interessi di chi li erogava e non di chi li riceveva.
          Ci dica qualcosa sull’ormai leggendaria flessibilità.
          La flessibilità può essere amica dei lavoratori. Dipende da quale tipo. Quella selvaggia thatcheriana non va bene, ma quella legittima è valida. Se c’è stato un tempo in cui l’unico tipo di occupazione corretto era quello a tempo pieno e maschile, l’esperienza ci ha insegnato che bisognava piegarsi alle richieste di milioni di persone che volevano lavorare part-time o con forme atipiche. Mi ricordo quando si considerava questo tipo di lavoro una sottospecie, ma era sbagliato poiché lo volevano in milioni. Bisogna essere più flessibili anche riguardo al pensionamento: se ci sono lavoratori che vogliono lavorare oltre l’età della pensione, ok, permettiamo loro di farlo. Quante volte in passato abbiamo fatto errori perché non abbiamo voluto ascoltare. Sono dunque dell’idea che si possa giungere a buoni accordi sulle retribuzioni in cambio di maggiore efficienza e flessibilità, poiché non esistono alte paghe se non in un contesto di alta efficienza. Sono finiti i tempi in cui, durante i negoziati alla Rover negli anni 70, il sindacalista Derek Robinson coniò la famosa frase: «L’industria pensi alla produttività che alle paghe ci pensiamo noi». I due aspetti sono facce della stessa medaglia.
          E l’accusa di accettare lavori mal pagati?
          I famosi "McDonald jobs"?
          La prima risposta è che è sempre meglio un lavoro di qualsiasi genere che nessun lavoro. Detto questo c’è il problema della cultura della bassa qualificazione che affligge il mondo anglo-sassone. Per tale motivo dobbiamo convincere i cittadini utenti che i buoni servizi si pagano e non si possono avere a basso prezzo.
          Torniamo al tema del posto di lavoro, anche squalificato, rispetto a nessun posto…
          È un aspetto su cui il Governo si è battuto attraverso il "welfare to work", spingendo energicamente la gente a trovarsi un’occupazione e su cui sono d’accordo. Se si perde il contatto col mondo del lavoro si finisce lentamente col creare disoccupati, una generazione dopo l’altra. Proprio su questo fronte il Governo britannico può vantarsi di un successo, specie per la realizzazione di posti di lavoro per i giovani. Bisogna ovviamente migliorare la qualità di questi posti, creando "scale mobili di opportunità", come diciamo noi, e al tempo stesso convincendo la gente che per i servizi pubblici bisogna pagare di più. Ma non dobbiamo fare l’errore degli anni 70, quando, davanti al malumore della gente per il caos dei servizi pubblici, dovuto anche alle continue agitazioni, il sindacato se ne infischiò, aprendo così la strada all’arrivo della Thatcher. Un’esperienza del genere non dobbiamo ripeterla più. Mai più.
          Marco Niada