“Europa” Intervista al ministro francese Fillon :«Lavoro, riforme con dialogo»

17/03/2003



            Domenica 16 Marzo 2003
            EUROPA-MONDO
            Intervista


            «Lavoro, riforme con dialogo»

            Il ministro francese Fillon conferma i piani per le pensioni e annuncia misure per l’occupazione
            MICHELE CALCATERRA


            DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
            PARIGI – Il ministro francese degli Affari sociali, François Fillon, è uno degli uomini di punta del Governo Raffarin. A lui è stata demandata la delicata negoziazione con i partner sociali che dovrebbe portare entro l’estate al varo della riforma del sistema pensionistico. Per questo, ma anche per il fatto che molte imprese stanno licenziando e che il tasso di disoccupazione ha ormai sfondato il limite del 9%, il clima sociale in Francia nelle ultime settimane si è deteriorato, e si attendono già dalla prossima settimana una serie di scioperi e di manifestazioni di piazza a salvaguardia del posto di lavoro. Fillon, però, non si dispera e dichiara in un’intervista al «Sole-24 Ore» che il dialogo con i sindacati non è interrotto: c’è quindi la volontà di voler proseguire nelle negoziazioni. Nel frattempo il ministro ha intrapreso un tour delle principali capitali per capire l’esperienza dei partner europei in campo pensionistico. Domani a Roma Fillon vedrà il collega Roberto Maroni. «Ci intendiamo bene – ha detto Fillon – e abbiamo delle affinità. Lui è nato infatti vicino a Monza e io a Le Mans. In due cittadine dove le corse automobilistiche sono di casa».
            Signor ministro, la disoccupazione in Francia continua a salire e ha ormai superato il 9%. Come mai e che cosa sta facendo il Governo per contrastare questa tendenza?
            È dall’aprile del 2001, salvo una pausa tra settembre e ottobre dello scorso anno, che la disoccupazione sale. A causa della difficile congiuntura internazionale, dello scoppio della bolla speculativa sulle tlc, ma anche delle incertezze in Medio Oriente che ritardano gli investimenti. Francia e Germania sono inoltre le due nazioni dove il tasso di disoccupazione dei giovani è il più elevato e dove il tasso di attività delle persone anziane è tra i più bassi.
            Che cosa fare allora per sopperire a questa situazione?
            Bisogna ricentrare la politica occupazionale sulla crescita economica. Ed è quello che questo Governo ha iniziato a fare, ammorbidendo la legge sulle 35 ore e quella di modernizzazione sociale. Alleggerendo i contributi di 6 miliardi di euro. Introducendo i contratti di inserzione professionale. Per il 18 marzo Lei ha convocato una Conferenza sull’occupazione. Che cosa proporrà?
            Annunceremo delle importanti misure a sostegno del lavoro. Per quanto riguarda la formazione, lungo tutto il periodo della vita lavorativa che rappresenta l’unico strumento di garanzia per poter superare le fasi di ristrutturazione industriale. Ci saranno poi misure per riorientare gli aiuti dello Stato a favore di coloro che vivono con l’Rmi (revenue minimale d’insertion) in modo che possano trovare un’occupazione a tempo parziale. Oltre a facilitazioni per quelle imprese che assumeranno anziani o disoccupati di lunga durata.
            Qual è l’idea?
            Quella di finalizzare gli aiuti, in modo da uscire definitivamente da una generalizzata concezione di politica di massa per il lavoro e di aiuti al settore pubblico, parapubblico e associativo, che sono scarsamente efficaci.
            E per fine anno, a che livello sarà la disoccupazione?
            Aumenterà rispetto a oggi, ma contiamo di limitarne per fine anno la crescita.
            Il clima sociale in Francia mi sembra comunque negli ultimi mesi particolarmente teso. Qual è la sua analisi?
            Il clima è difficile per una serie di ragioni, ma anche a seguito delle importanti riforme di carattere strutturale (pensioni, protezione sociale, decentralizzazione) che lo Stato si è impegnato a varare. Si tratta di riforme che creano inevitabilmente delle tensioni, ma con il sindacato abbiamo un dialogo che è reale e concreto, non ci sono state finora rotture e c’è la volontà di fare avanzare il dialogo.
            Quale la principale diversità tra l’attuale politica sociale e quella del precedente Governo Jospin?
            Il fatto che loro pensavano di avere la legittimità di decidere senza consultare i partner sociali, mentre noi partiamo dal presupposto che sia necessario il dialogo e la negoziazione collettiva. In questa ottica stiamo lavorando con i sindacati in modo da cambiare i meccanismi della negoziazione collettiva in vigore, che sono antiquati e superati.
            Ha funzionato l’avere ammorbidito le 35 ore e la legge che rendeva i licenziamenti più difficili e onerosi?
            Direi di sì. Abbiamo dato la libertà alle Pmi di lavorare 39 ore settimanali e alle grandi imprese di rinegoziare gli accordi che erano stati stipulati. Sul fronte delle legge di modernizzazione sociale, ho sospeso per 18 mesi i dispositivi che erano stati introdotti e ho proposto ai partner sociali di rinegoziarli tra loro in modo che essi stessi redigano le nuove regole.
            Lunedì sarà a Roma per incontrare il suo omologo, il ministro Roberto Maroni. Quale l’obiettivo?
            Capire la metodologia delle varie riforme e comparare i vari sistemi. Ho incontri frequenti coi partner europei, perchè penso che una vera Europa sociale debba essere ancora costruita. C’è un’Europa con gambe molto muscolose in campo monetario, che comincia a riflettere su una politica economica coordinata, ma che è assente in campo sociale. Si tratta di aspetti che non possono essere dissociati. Per questo ho proposto la creazione di una task force europea sull’occupazione.
            Intanto, la flessibilità del lavoro rimane un miraggio.
            Bisogna spingere sulla formazione e quindi introdurre un fattore di progresso per la qualità nel mondo del lavoro.
            Torniamo alla riforma delle pensioni. Il calendario indicato dal Governo sarà rispettato?
            Certamente sì. A febbraio abbiamo aperto la concertazione, ad aprile presenteremo il progetto e a giugno lo voteremo in Parlamento. Nel testo definiremo i principi generali, le misure immediatamente applicabili già dal 2003 e quelle progressive, da varare successivamente. Perchè la nostra sarà una riforma per tappe, con un primo obiettivo di equilibrio al 2020.
            In Francia è comunque polemica. Non si è infatti sicuri sul tetto di 60 anni come durata legale del lavoro e ci si interroga sul fatto che per risolvere il problema ci sia bisogno di aumentare gli anni di contribuzione e il loro costo. È così?
            Il limite dei 60 anni non si tocca, ma verrà data la possibilità a chi lo desidera di esercitare una libertà di scelta di lavorare di più. Comunque, per arrivare all’equilibrio nel 2020 bisognerà trovare 50 miliardi di euro in più rispetto a quelli prelevati oggi. In questa ottica è evidente che aumentare le contribuzioni, che sono già tra le più elevate in Europa, non può essere la sola misura per risolvere il problema e che dovrà essere quindi introdotta una gamma di altri parametri.
            Pensa anche a una parte integrativa privata? Diciamo che dobbiamo favorire un uguale accesso di tutti a una pensione di tipo complementare e volontaristica, drenando una parte del risparmio accumulato dai francesi.