“Europa” In Germania è l’ora dei minijob

04/04/2005
    domenica 3 marzo 2005

    sezione: Europa – pagina 8

      INCHIESTA • Adattandosi alle riforme, la società tedesca si abitua a vivere in un mondo di aspettative ridotte
      In Germania è l’ora dei minijob
      È il boom di part time o di impieghi a stipendio minimo, nuove formule pensate per accrescere l’occupazione

        ATTILIO GERONI
        DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

          FRANCOFORTE • « Geiz ist geil! » , urlato da una bella ragazza alla tv e alla radio, è il tormentone pubblicitario con il quale da un paio d’anni la catena di negozi dell’elettronica Saturn ( gruppo Metro) sta cercando di smuovere il sempre più riluttante consumatore tedesco a colpi di offerte speciali, ribassi e finanziamenti rateizzabili.

          Vuol dire, su per giù: « Essere avari è di moda! » , e coniuga in uno slogan l’atto dell’acquisto al pensiero — ossessivo — del risparmio.
          Da quando Agenda 2010, il progetto di riforma del welfare e del mercato del lavoro varato dal cancelliere Gerhard Schröder, si è trasformato in realtà nuda e cruda per milioni di persone, il Paese è sotto shock, ripiegato nell’incertezza del futuro e chiuso nel circolo vizioso di una domanda interna che aspetta la crescita dell’occupazione per ripartire e viceversa.

          In questo clima di attesa quasi surreale, le categorie economiche e politiche non bastano da sole a spiegare un disagio che non ha precedenti nella Germania del dopoguerra.

          I tagli alle pensioni, alla sanità, ai sussidi di disoccupazione, i licenziamenti più facili nelle piccole imprese hanno agito come un detonatore: « Sono arrivate a un punto di saturazione le due principali cause storiche dell’inerzia che stiamo vivendo — spiega Klaus Böhnke, professore di metodologia delle scienze sociali all’Università di Brema —: all’Est la cultura di uno Stato partito che ha pensato sempre a tutto rendendo inutile l’iniziativa del singolo; all’Ovest il successo dell’economia sociale di mercato, che si è via via trasformato per i cittadini in un lungo letargo dove sembrava che le cose sarebbero solo migliorate » .

          Il risultato è che in un sistema che ormai da qualche anno vive al di sotto delle proprie potenzialità economiche, anche la società si sta abituando a vivere in un mondo di aspettative ridotte. Dove, quando va bene, si tende a lavorare di più a parità di stipendio; dove la certezza del posto di lavoro è in molti casi una data neanche tanto in là nel futuro e oltre la quale le imprese non garantiscono più nulla; dove nel 2040 almeno un terzo della popolazione avrà più di sessant’anni.
          In un’inchiesta recente il settimanale « Die Zeit » osservava comportamenti interessanti nelle dinamiche dei consumatori, e forniva una chiave di lettura plausibile per spiegare le difficoltà di alcuni grandi marchi e famosi prodotti dell’industria tedesca. Volkswagen è in crisi, Opel ha minacciato per mesi chiusure di fabbriche e licenziamenti, KarstadtQuelle ( la più importante catena di grandi magazzini della Germania) lotta da mesi contro l’insolvenza. Tutti, scriveva il settimanale, hanno problemi perché il loro pubblico di riferimento, quello che negli anni ruggenti aveva decretato il loro successo — il ceto medio impiegatizio e operaio — è in crisi di fiducia, ha davanti a sé l’orizzonte sfuocato di un modello economico e sociale riformato ma non ancora sovvertito.

          Così è probabilmente vero che l’offerta del prodotto medio non incontra più la domanda del consumatore medio, almeno non a questi prezzi. La controprova sta nel successo, e nella crescita a doppia cifra, di retailer che originariamente si rivolgevano a consumatori nella fascia di reddito bassa e medio bassa: è il grande momento, in Germania e in altri Paesi europei, degli hard discount come Aldi e Lidl nell’alimentare, e di H& M e Zara nell’abbigliamento. Un altro esempio significativo è il caso della Golf V, il cui tiepido successo è stato spinto da promozioni e sconti mai visti nella storia del modello più glorioso di Vw.

          Franco Garippo, 47 anni, è operaio di Volkswagen dal 1976. Lavora agli impianti di Wolfsburg ed è anche rappresentante del comitato interno di IG Metall. Pur essendo più fortunato di altri colleghi di altre aziende tedesche ( Vw agli ultimi negoziati per il rinnovo contrattuale ha garantito il mantenimento dei posti di lavoro fino al 2011 per i 100mila dipendenti in Germania in cambio del congelamento dei salari) ammette che le cose stanno cambiando in Germania al punto da aver scardinato più di un’antica certezza tra i sindacalisti: « Soltanto qualche anno fa — racconta — pronunciare la parola part time in questi stabilimenti sarebbe stata una bestemmia. Oggi è lo stesso sindacato a promuoverlo per prevenire soluzioni più traumatiche » .

          Part time, minijob, " Ich AG" (Io Spa) sono le nuove formule di lavoro pensate per accrescere l’occupazione, alcune di queste inventate per conto del Governo proprio da Peter Hartz, che di Volkswagen è storico direttore delle relazioni industriali oltre che membro del consiglio di gestione. I minijob, impieghi a stipendio minimo ( 400 euro al mese) e a tempo determinato, sono stati e sono un grande successo, almeno in termini numerici. Non si pagano tasse e i contributi a carico del datore di lavoro, a partire dal gennaio 2003, sono quasi simbolici. Da quando sono stati ridotti gli oneri sociali e alzato il tetto ( da 325 euro) della loro fiscalizzazione, c’è stato un boom di registrazioni, circa 2 milioni in due anni, per un totale di 8 milioni: la maggior parte nei servizi, ristorazione, imprese di pulizia, lavoro domestico e così via. Il risultato netto sull’economia reale sembra però modesto e anche Michael Burda, americano, professore alla Humboldt Universität di Berlino ed esperto di mercato del lavoro, pur definendoli « una formidabile valvola di sfogo sociale e un buon esercizio di flessibilità » , ammette che in questa fase quasi " larvale" di liberalizzazione possano accrescere un senso di precarietà già elevato per lo standard medio tedesco.