“Europa” In Gb si lavorerà fino a settant’anni

03/07/2003



      Giovedí 03 Luglio 2003
      EUROPA
      In Gb si lavorerà fino a settant’anni

      Un piano del Governo Blair, su base volontaristica


      DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
      LONDRA – La prospettiva di un lavoro dipendente fino alla tenera età di settant’anni si sta materializzando in Gran Bretagna. Il Governo Blair ha infatti presentato una proposta che abolirà qualsiasi forma di discriminazione sul posto di lavoro per motivi d’età e aprirà le porte a una seconda carriera a un esercito di arzilli e volonterosi vegliardi.
      Presentando ieri la proposta in forma di studio consultativo, il segretario all’Industria e Commercio, Patricia Hewitt, ha messo in chiaro che la futura legge, che dovrebbe essere pronta nel 2004 e divenire operativa nel 2006, non obbliga il dipendente a lavorare fino a tarda età, ma impone al datore di lavoro di tenerlo occupato se questo sceglierà di continuare dopo l’età della pensione.
      La proposta permetterebbe al datore di imporre la cessazione del rapporto soltanto dopo il raggiungimento del settantesimo anno d’età. Ma la legge lo prevederebbe su base volontaria e, in caso lo concordasse con il datore di lavoro, il volonteroso vecchietto potrebbe proseguire fino ai traguardi ancora inesplorati di Matusalemme.
      La legge prevede inoltre che venga messa al bando qualsiasi forma di pubblicità discriminatoria sia negli annunci di lavoro sia in quelli pubblicitari. I datori di lavoro potranno comunque mantenere in vigore alcune restrizioni che sono ovviamente legate all’età e la cui assenza renderebbe un lavoro pericoloso. La signora Hewitt, che porta peraltro in modo molto giovanile i suoi 54 anni, ha ricordato, presentando ieri la proposta, che «la discriminazione per motivi d’età è l’ultimo bastione d’ingiustizia sul posto di lavoro e per tale motivo verrà messa fuori legge».
      E ha aggiunto che «in particolare bisogna sfatare il mito che i giovani siano i migliori dipendenti.
      È peraltro triste trovarsi davanti a casi di quarantenni e cinquantenni che perdono il posto e non sono più in grado di trovare un lavoro».
      Dietro alle belle parole egualitarie della gentile signora si nasconde una cruda realtà. Un poco anche ipocrita, considerando che, di tutta Europa, la Gran Bretagna è il Paese senza dubbio più "giovanilista" e darwiniano, dove si inizia a lavorare prestissimo e, nelle alte sfere, si tende a fare carriere brucianti per poi passare ad altri interessi dopo i 50 anni. Un’età che ad esempio nella City è considerata decrepita. Ma tant’è: la demografia è tiranna e per quanto le aziende non siano entusiaste davanti alla prospettiva di trasformarsi in ospizi, sono anche coscienti che gli schemi pensionistici aziendali in atto, specie dopo l’ultimo tracollo delle Borse, fanno acqua da tutte le parti e hanno bisogno urgente di essere rimpolpati.
      Molte società si sono trovate costrette negli ultimi due anni a chiudere schemi favorevoli ai vecchi dipendenti e crearne di nuovi per i neo-assunti perché i primi si stanno provando insostenibili per le casse aziendali. Con un rischio sistemico che potrebbe rivelarsi enorme, dato che in Gran Bretagna la grandissima parte delle pensioni è fornita dalle imprese.
      Vi è inoltre un altro aspetto, che coinvolge l’economia nel suo complesso e spinge sempre di più la gente a lavorare fino a un’età avanzata: oltre al fatto che la popolazione è sempre più in buona salute in tarda età e dunque abile per il lavoro, il Governo britannico ha calcolato che l’esclusione dall’impiego di gente anziana, ma ancora in buona forma fisica e mentale costa ogni anno al Paese 16 miliardi di sterline (23 miliardi di euro) in termini di mancato input. In tempi difficili è fondamentale raschiare il fondo del barile.

      MARCO NIADA