“Europa” Germania, record di disoccupati

02/02/2005

    mercoledì 2 febbraio 2005

    pagina 12 – economia e lavoro

    Germania, record di disoccupati
    Cinque milioni senza lavoro: non era mai accaduto dalla fine della guerra

      DALL’INVIATO
      Oreste Pivetta

        FRANCOFORTE – Arbeitslosengeld. Brutta parola. Una volta in Germania quasi non la si sentiva pronunciare. Adesso di indennità di disoccupazione sono in tanti a dover parlare: più di cinque milioni di tedeschi la percepiscono o sono lì a scrivere il lungo puntiglioso questionario, curiosissimo a proposito di qualsiasi reddito, di qualsiasi rendita, di qualsiasi proprietà, la prima, faticosa, pratica burocratica per richiederlo il sussidio e magari per ottenerlo.

          Il questionario l’hanno voluto così i riformatori rosso-verdi del governo Schroeder, complicato e minuzioso per scoraggiarne l’uso (e l’abuso). Secondo Die Welt i disoccupati in gennaio sono saliti a cinque milioni e trentasettemila. Il quotidiano anticipa i numeri di una grave crisi che l’agenzia federale del lavoro ci comunicherà ufficialmente questa mattina a Norimberga, numeri che erano nell’aria da tempo e che il ministro dell’economia, Wolfgang Clement, non ha mai smentito: «Quando arriveranno saranno comunque più alti che in passato».

            Un mese fa i disoccupati tedeschi erano mezzo milione di meno, quattro milioni e 464 mila. Quelli in più arrivano come il vento freddo della Siberia: arrivano da lontano e confermano una tendenza in corso da anni, da sei anni, gelano gli ottimismi finanziari della city francofortese, scaldano le nostalgie per un tempo che sembra un abisso: senza “quelli dell’Est” al carro del benessere occidentale. Un’ombra nera sulla strada di Schroeder. Germania che sembra evocare i tempi infausti di Weimar, con il rapporto tra deficit e pil che peggiora, anche se le esportazioni sono forti e le importazioni non crescono, soprattutto mentre sembra frantumarsi una cultura di servizi e sicurezze che s’era costruita nella Germania negli anni del suo boom. Quanto restituiranno le riforme inventate dal fantasioso capo del personale della Volkswagen, Peter Hartz, divise in quattro atti, l’ultimo andato in scena proprio all’inizio di quest’anno. Con tre obiettivi: incremento del lavoro temporaneo con l’introduzione dei minijobs (impieghi con un guadagno di circa quattrocento euro al mese, esenti da imposte), maggiore pressione sui disoccupati e promozione finalizzata del lavoro autonomo. Le risposte per ora non sono state felici. Gli orizzonti europei non rallegrano e neppure consolano. L’annuncio di Eurostat (aumento della disoccupazione nella zona euro) non apre i cuori industriali alla speranza: la Germania si rivede al centro di un ovest in ansia da lavoro. Per vedere le medie migliorare bisogna rivolgersi all’Europa dei venticinque: 8,9 per cento di disoccupati sulla popolazione attiva a dicembre contro il 9,1 per cento dell’anno passato. Quasi un miracolo. Ma è poca cosa: l’ufficio statistico dell’Ue stima che siano ora senza lavoro dodici milioni e mezzo di persone nella zona euro e diciannove nell’insieme dei venticinque paesi. Paghiamo il lavoro degli americani: lì, il tasso di disoccupazione è al 5,4 per cento. Fra i maggiori Paesi, oltre all’Italia con il 7,7 per cento di giugno, la Germania ha registrato un tasso del 10 – il quarto più alto dell’Ue – la Francia del 9,7 e la Gran Bretagna del 4,6 (riferito ad ottobre, il quarto più basso dopo il 4,3 per cento dell’ Irlanda e i dati di Lussemburgo e Austria). La Spagna segna a dicembre un 10,4 per cento, mentre il record negativo (18,3 per cento) spetta alla Polonia (seguita da Slovacchia con 16,9 e Grecia con il 10,5 di giugno). Altri dati poco confortanti sul fronte giovanile: la disoccupazione fra i giovani sotto i venticinque anni viene rilevata da Eurostat al 17,3 per cento nell’euro-zona e al 18,1 nell’Unione dei venticinque, rispetto al 17 per cento (euro) e 18,2 (Ue) del dicembre 2003. Il dato italiano del 24,8 per cento di giugno, è il quarto più alto dopo quello di Polonia (37,9), Slovacchia (29,8) e Grecia (27,1 per cento, toccato sempre a giugno).

              Sentirsi tra i più malmessi nel vecchio continente non fa piacere ai tedeschi: hanno subìto i tagli della Opel e quelli del colosso commerciale Karstadt (ventimila posti di lavoro), le continue pressioni padronali (con l’esempio Volkswagen) perchè aumentassero a parità di salari i carichi di lavoro, le guerre sindacali (come quella combattuta ai vertici dei metalmeccanici) per ritrovarsi con la riforma Schroeder-Hartz, gli uffici del collocamento sveltiti e un’indennità di disoccupazione, che non era mai stata messa in dubbio negli anni passati, diventata oggi una specie di miraggio con clausole di impensabile severità, una riforma con la benedizione degli imprenditori, l’indifferenza della Cdu e della Csu, i dubbi sindacali. L’ultima opposizione è venuta dalle organizzazioni femminili. La legge prevede che il disoccupato non possa rifiutare un lavoro, qualunque sia. Se la rifiuta, gli tolgono l’indennità. Una donna potrebbe dover scegliere tra il niente dello stato e un locale a luci rosse.