“Europa” Fredrik di Svezia prova a smontare lo Stato sociale

30/01/2007
    CORRIERECONOMIA di Lunedì 29 gennaio 2007

      Pagina 12 – Europa

      Modelli in crisi - Nel 1970 il Paese era al quarto posto per ricchezza pro capite. È crollato al sedicesimo

        Fredrik di Svezia
        prova a smontare
        lo Stato sociale

          Il premier Reinfeldt avvia le privatizzazioni ma deve conquistare il consenso dei cittadini

            dal nostro inviato a Davos
            Danilo Taino

              È come chiedere a un coccodrillo di diventare vegetariano. Piangerà, la digestione sarà difficile. Ma un coccodrillo va comunque affrontato con cautela. Ecco, più o meno è questo che Fredrik Reinfeldt sta chiedendo alla Svezia che in un momento di succhi gastrici negativi l’ha votato primo ministro». Il banchiere d’investimenti che dal World Economic Forum, sulle Alpi svizzere, guarda su, verso Stoccolma, è un membro del nutrito drappello di finanzieri internazionali che nel Paese nordico vedono alcuni dei business più attraenti dei prossimi anni; ma sospettano, o forse sono già certi, che le privatizzazioni svedesi promesse dal nuovo governo conservatore non saranno un pranzo di gala. Perché in un Paese retto dai socialdemocratici per 65 degli ultimi 75 anni, un liberista al potere non può sbagliare. Reinfeldt, dunque, la dieta vegetariana agli svedesi la porgerà con molta gentilezza.

              Certo, la promessa elettorale di vendere le partecipazioni dello Stato in una serie di imprese ha preso la sua strada. Per stendere i piani, il governo ha chiamato le principali banche del Paese e sei grandi gruppi mondiali: Goldman Sachs, Morgan Stanley, Merrill Lynch, JpMorgan, Ubs e Deutsche Bank. Pronte a essere cedute sono le quote statali di Telia Sonera, il principale gestore di telecomunicazioni nordico; della più importante banca della regione, Nordea; di V&S, uno dei principale gruppi di bevande alcoliche del mondo (Absolut Vodka); di Omx, la Borsa elettronica scandinava; di Sbab, banca specializzata in mutui per la casa; della società immobiliare Vasakronan. Altre dismissioni sono previste in un futuro più lontano. Già, ma come si privatizza 25 anni dopo l’inizio del processo di de-nazionalizzazioni nel mondo? Dopo che tante cessioni, si è poi visto, sono state effettuate a prezzi troppo bassi a causa della fretta di fare cassa? Soprattutto, come si fa in un Paese come la Svezia in cui il patrimonio pubblico è tenuto in altissima considerazione dai cittadini?

              Reinfeldt dice, prima e dopo i pasti, che la sua non è una rivoluzione ideologica contro il modello svedese, che non privatizza per il gusto di farlo ma perché crede che in molti settori non abbia senso che lo Stato faccia (benino, in Svezia) quello che i privati potrebbero fare meglio. Inoltre, sostiene di volere rafforzare l’efficienza del mercato. Le grandi imprese internazionali che hanno iniziato a puntare i radar su Stoccolma aspettano dunque di capire come il governo procederà. V&S, per esempio, la vorrebbero tutti i giganti del settore: Bacardi, Diageo, Pernod, Anheuser-Bush, stanno tutte studiando il dossier. Telia Sonera starebbe bene in tanti colossi del settore. Nordea piace alle banche tedesche, spagnole e britanniche. E nella battaglia globale delle Borse, Omx potrebbe essere un pezzo pregiato, soprattutto per i suoi contenuti tecnologici. Sullo sfondo, pronti a cogliere ogni opportunità, ci sono poi i grandi fondi di private equity. Reinfeldt, però, non esporrà la merce sul bancone per metterla all’asta.

              Ai banchieri e ai suoi ministri ha dato l’indicazione di studiare ogni caso approfonditamente e poi trovare un bilanciamento tra la massimizzazione del prezzo di vendita e le garanzie date dal compratore: persino, se è il caso, di vendere piccole quote per volta. Perché gli elettori svedesi non si ribellerebbero solo nel caso di una svendita. Se un gruppo privato, dopo avere conquistato la preda, iniziasse a licenziare, a decentrare le produzioni, a spostare attività fuori dalla Svezia, i guai per la coalizione guidata dal Partito Moderato sarebbero seri. Reinfeldt sostiene che per rimettere in forma il Paese gli occorrono due mandati: se vuole vincerli – e potrebbe farlo, i socialdemocratici dopo la sconfitta elettorale sono un po’ in confusione e per ora senza nuovi leader – dovrà dunque far camminare le privatizzazioni su un sentiero strettissimo.

              Gli svedesi, d’altra parte, l’hanno votato non perché il Paese fosse di fronte alla catastrofe e avesse bisogno di una rivoluzione a qualsiasi costo. A prima vista, anzi, la Svezia funziona ed è l’invidia del resto d’Europa: l’anno scorso l’economia è cresciuta del 4,5%, è uno dei pochi posti dove i salari crescono, l’inflazione è sotto controllo, la disoccupazione ufficiale è sotto il 5%. Gli elettori hanno dato a Reinfeldt una maggioranza di sette seggi al Riksdag perché sanno che la realtà è piuttosto diversa. Se si esclude un rimbalzo negli ultimi anni, si può dire che il Paese i suoi giorni di gloria li abbia messi dietro le spalle da tempo. Nel 1970 era quarto al mondo per ricchezza pro-capite (a parità di potere d’acquisto): a fine anni Novanta era crollato al sedicesimo posto.

              Il malessere sta innanzitutto nel fatto che, nella realtà, in Svezia si lavora poco. Un famoso studio della società di consulenza McKinsey ha calcolato che se si considerassero tutti i corsi statali di riqualificazione, l’enorme stock di ore di malattia, il diffuso part-time e una serie di ammortizzatori sociali molto rigidi, la disoccupazione reale sarebbe al 17%. Solo le alte tasse su cittadini e imprese permettono di mantenere questo stato di Welafare: ma è una situazione che abbatte la competitività del Paese e, avverte McKinsey, tra dieci o al massimo tra venti anni nemmeno le attuali entrate fiscali potrebbero tenerla in piedi. In più, c’è un problema esplosivo: il 30% degli svedesi lavora per lo Stato, nel settore pubblico, uno dei più inefficienti del mondo, secondo la Banca centrale europea.

              Il fatto che Reinfeldt sia diventato primo ministro nonostante che i socialdemocratici siano correttamente percepiti come i difensori dello Stato pesante – e quindi datori di lavoro a un terzo della popolazione e dispensatori di sussidi a un altro 30% – è indicativo del disagio sociale. Gli svedesi, però, non gli hanno firmato una cambiale in bianco: un buon modello non si cambia se non in meglio. Se il piatto vegetariano uscirà male, torneranno carnivori: meglio una cattiva digestione, fin che è sopportabile.