Europa e pensioni Per l´Italia un «6»

18/12/2002







(Del 18/12/2002 Sezione: Economia Pag. 19)
L´UE APPROVA LE RIFORME MA INVITA AD ACCELERARE
Europa e pensioni Per l´Italia un «6»

            Enrico Singer
            inviato a STRASBURGO
            L’Europa sta per pagare il conto del «baby boom» degli Anni Cinquanta e Sessanta. Un conto salato che arriverà tra dieci, quindici anni e che può mettere in ginocchio il sistema pensionistico se le riforme già avviate con più o meno incisività nei diversi Stati dell’Unione non saranno accelerate. E l’Italia non sfugge alla regola. Anzi, conquisterà nel 2050 un record a due facce: sarà il Paese europeo più «vecchio» con sei abitanti su dieci oltre i 65 anni. Un bel primato di longevità che renderà, però, difficile la sostenibilità delle pensioni e che richiede di intervenire per tempo. E’ questa la sostanza del messaggio contenuto nelle 168 pagine del primo Rapporto della Ue sulle pensioni che è stato approvato ieri dalla Commissione Prodi riunita a Strasburgo. La politica in campo previdenziale e pensionistico è terreno esclusivo degli Stati e la Ue non vuole imporre regole comuni o dettare riforme. Ma il commissario al Lavoro, la greca Anna Diamantopoulou, ha definito il documento «una pietra miliare nel coordinamento della politica economica della Ue» perché un impegno esiste: è quello di gestire le finanze pubbliche in modo da non compromettere la stabilità della moneta comune e la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico pubblico è cruciale per raggiungere questo obiettivo. Non solo: il Rapporto sarà presentato al prossimo vertice europeo della primavera 2003 sotto forma di «progetto congiunto» di Commissione e Consiglio. Potrebbe, quindi, diventare una base concreta per coordinare gli interventi. «Questo documento non vuole essere una classifica. Non abbiamo fatto un concorso di bellezza tra i sistemi pensionistici dei diversi Paesi. Tutti hanno già intrapreso delle riforme, ma tutti devono ancora fare di più», ha detto la signora Diamantopoulou. E scorrendo le pagine del Rapporto, in realtà, ci sono apprezzamenti e rilievi per ognuno dei Quindici della Ue. Ma la fotografia della situazione attuale mostra in vantaggio Paesi come la Svezia, il Lussemburgo, la stessa Spagna. Il giudizio sull’Italia – contenuto tra le pagine 132 e 135 del Rapporto – è complessivamente positivo per «l’importante sforzo riformatore avviato negli Anni Novanta che ha cominciato a stabilizzare la spesa per le pensioni», ma è venato dalla «grande sfida dall’alto livello dei contributi» e dal ritardo nel campo delle pensioni integrative. Le tre riforme (del 1992, del 1995 e del 1997) hanno modernizzato il sistema italiano indirizzandolo dallo schema retributivo – con pensioni basate sugli ultimi stipendi – verso quello contributivo che si riferisce ai contributi versati durante tutta la carriera lavorativa. Senza queste riforme il rapporto tra spesa pensionistica e Pil sarebbe esploso dal 13,8% del 2000 al 23% del 2004. Adesso, invece, ci si attende un molto più gestibile «picco» del 16% nel 2033. Quello che la Ue definisce il «primo pilastro del sistema pensionistico», insomma, è stato «modernizzato». Tuttavia, proprio il passaggio al sistema contributivo, quando sarà a regime, ridurrà l’entità della pensione: nel 2020 un dipendente-tipo di 60 anni con 35 anni di contributi percepirà soltanto il 56% dell’ultimo stipendio. Ecco allora la necessità di riformare anche il «secondo e terzo pilastro» del sistema pensionistico: rispettivamente, i fondi pensione e le assicurazioni sulla vita che potranno garantire la «futura adeguatezza» dei vitalizi in modo da «offrire a tutti un livello di vita soddisfacente». In questi due «pilastri» l’Italia è in ritardo nella media europea. Ai fondi pensione – secondo i dati del 2001 – aderisce meno del 10% dei lavoratori dipendenti e soltanto il 4% degli autonomi. Un altro invito della Ue è di aumentare i tassi di occupazione, in particolare quelli delle donne (ora appena al 41%) e degli anziani (oggi al 28%). Soprattutto per questo secondo obiettivo, il Rapporto nota che in Italia «vengono offerti deboli incentivi» per lavorare più a lungo e che, al contrario, ci sono troppi prepensionamenti. Anna Diamantopoulou ha detto che in tutta Europa «un prolungamento di cinque anni dell’attività lavorativa» potrebbe risolvere il problema della sostenibilità della spesa pensionistica. Almeno nella Ue a Quindici, perché il Rapporto non ha preso in considerazione le realtà dei dieci Paesi che entreranno nell’Unione dal primo maggio del 2004.