Europa disunita sul lavoro

17/09/2004

            del lunedì

            lunedì 13 settembre 2004
            sezione: PRIMA – pag: 1 e 2

            INCHIESTA • Dall’orario alla busta paga e alla malattia molte le differenze all’interno dell’Unione
            Europa disunita sul lavoro
            Londra flessibile, all’Austria il record delle ferie E per la previdenza complementare il cammino è ancora difficile

            ROSANNA SANTONOCITO

            MILANO • "Conviene" ammalarsi in Germania. Prendere le ferie in Austria. Fare il papà in Svezia. Ma è meglio non andare in pensione in Norvegia o, volendo cambiare lavoro, dare il preavviso in Grecia. Mentre Londra è regina della flessibilità. Condizioni vantaggiose o proibitive per i lavoratori a seconda della legislazione in vigore nei diversi Stati: il viaggio nell’Europa delle tutele, dei diritti e dei doveri si fa sfogliando l’«Employment Source Book 2004», un poderoso rapporto realizzato nel Regno Unito dal ricercatore Mike Bennet e distribuito in Italia da OdmConsulting.

            Lo studio mette a confronto le normative di 16 Paesi (la Ue a 15 più la Svizzera) e cronometra la velocità di marcia dell’Europa verso un modello coerente. L’evidenza è che in molte materie non si va al passo o si percorrono strade differenti: ovunque si alza l’età pensionabile mentre, salvo rare eccezioni, stentano a decollare i fondi integrativi previdenziali.

              Mentre su orari, salari, politiche per la famiglia ognuno corre per sè. Naturalmente, alla fine dell’analisi arriva puntuale la classifica stilata dai ricercatori, assegnando un punteggio in base alla posizione che ciascun Paese si aggiudica come grado di tutela raggiunta nei diversi aspetti considerati: orario di lavoro, ferie, straordinari, maternità, congedi parentali, pensione, malattia, salario minimo, periodo di preavviso, licenziamenti collettivi.

              Si scopre così, a sorpresa, che il record di protezione spetta non ai Paesi Nordici, che pure occupano il secondo e il terzo posto con Finlanda e Svezia. Ma all’Austria, dove, per citare qualche dato, le vacanze tra ferie e feste nazionali durano 38 giorni. Le famiglie dispongono di due anni di congedo parentale. L’età pensionabile per le donne è 60 anni e sarà portata a 65, come è la tendenza generale, ma in un tempo lunghissimo: entro il 2033. All’ultimo posto nella legislazione del lavoro c’è invece l’Irlanda, preceduta da Olanda Svizzera e Regno Unito. L’Italia naviga pure nel fondo classifica essendo dodicesima, appena prima dei britannici.

              Per chi si avvicina a questo studio — diretto prima di tutto alle aziende multinazionali — due precisazioni sono d’obbligo, avvertono i ricercatori. La prima è che la graduatoria non tiene conto di un elemento decisivo per valutare il livello di competitività di un Paese come il costo del lavoro.

              La seconda è che siamo di fronte a una varietà di tradizioni storiche e politiche nazionali — e anche di pratica delle relazioni industriali – che fanno sì che, nel cammino verso uno spazio europeo comune, alcuni si trovino dotati di forti definizioni statutarie. Mentre altri affidino la regolazione delle questioni del lavoro a una maggiore delega verso i contratti collettivi nazionali.

              Al di là delle «hit parade» e delle curiosità, ci sono alcune conclusioni interessanti che si possono trarre da questa lettura comparata. Innanzitutto che anche realtà nazionali vicine tra loro possono rivelarsi molto difformi a seconda del tema che viene analizzato. Parlando di condizioni di lavoro oggi non ha più molto senso, emerge dal rapporto, ragionare per aree geografiche, raggruppando per blocchi «i latini», «gli scandinavi», il Mediterraneo e il Nord. Le esperienze avanzate e le rigidità, infatti, sono distribuite un po’ dappertutto. E quindi il processo di omogenizzazione europea che è stato avviato a partire dall’unificazione monetaria è in gran parte da costruire e la strada non potrà essere breve.

              Un’altra considerazione è che il mercato gira più veloce delle normative, come dimostra la questione delle 35 ore e del loro pssibile superamento, che nella realtà dei fatti spesso è già avvenuto. Un ruolo importante, allora, lo giocheranno le imprese che già operano in più Paesi e puntano quindi all’integrazione organizzativa, muovendo lavoratori e manager tra le sedi da uno Stato all’altro, nonchè i lavoratori — pochi per ora — che cominciano a spostarsi spontaneamente in cerca di opportunità portando con sè culture, prassi e esperienze.