“Europa” Disoccupazione in tedesco si dice felicità

14/01/2003

          lunedì 13 gennaio 2003

          NUOVI MITI Una tendenza che nasce nella Germania della crisi.E che non vuole ridiscutere la generosità dello stato sociale
          Disoccupazione in tedesco si dice felicità
          Guillaume Paoli,da sempre senza lavoro,diventa guru del movimento pro-ozio.E si carica di impegni

          Mentre i suoi concittadini fanno la fila davanti agli uffici di collocamento, lui
          ne consiglia l’abolizione: con la chiusura dell’apparato amministrativo preposto e di tutti gli istituti di statistica impegnati a misurare la disoccupazione, per Guillaume Paoli il problema « potrebbe considerarsi definitivamente risolto».
          I denari risparmiati, naturalmente, andrebbero distribuiti direttamente ai senza lavoro: in tal modo ogni tedesco rimasto per strada potrebbe ricevere mille euro in più al mese, oltre alla generosa indennità che già gli viene regolarmente corrisposta. Paoli, di origine francese ma residente a Berlino da una vita, è celebrato come un eroe nella sua patria d’adozione. Con la sua associazione Disoccupati contenti e il suo manifesto di elogio all’ozio, appena pubblicato
          insieme alla moglie (parimenti disoccupata), Mila Zoufall, Paoli ha colto perfettamente il vento rivoluzionario che spazza la Germania.
          Comein tutte le autentiche rivoluzioni, il concetto su cui si basa il movimento è molto semplice: «Non c’è abbastanza lavoro per tutti e la piena occupazione
          non tornerà più», dichiara senza rimpianti questo nipotino del grande teorico dell’ozio Paul Lafargue (nonché genero di Karl Marx), scomparso nel 1911.
          In questa situazione, considerata drammatica da molti suoi concittadini, che cominciano addirittura a prendere la via dell’esilio verso l’Irlanda o i Paesi
          scandinavi in cerca di un impiego, i Disoccupati contenti «sono disposti a sacrificarsi generosamente, rinunciando a questa merce rara che è ormai il lavoro».
          Anche il cancelli e r e G e r h a r d Schröder potrebbe approfittarne: oltrepassata la soglia fatidica dei quattro milioni di disoccupati, potrebbe gettare la spugna e ammettere che quando prometteva nuovi posti di lavoro
          aveva soltanto scherzato.
          Era l’uovo di Colombo: i tedeschi hanno finalmente scoperto che «Arbeit macht frei» (il lavoro rende liberi)è uno slogan superato. Paoli e Zoufall, del resto, si basano su un dato di fatto: in Germania lavorare non conviene.
          E possono dirlo con cognizione di causa, perché del welfare tedesco sono esperti.
          Nato nel 1959 in Normandia, Paoli è l’erede di una lunga tradizione: in famiglia il parente più celebrato era uno zio che «non aveva mai lavorato per principio». Subito dopo la maturità si trasferisce a Londra, «dove sotto la Thatcher si campava di contributi statali molto meglio di oggi».
          La tappa successiva è Berlino, un altro paradiso degli ammortizzatori sociali.
          Ma per essere riconosciuto comedisoccupato, qui è costretto a lavorare un anno intero come giardiniere. Poi l’ufficio di collocamento gli offre di
          partecipare a un progetto di riqualificazione
          in una galleria d’arte: «Eravamo in cinque e avevamo tutto: telefono, fax,
          computer. Ci mancava soltanto qualcosa da fare». E’ la fase in cui il welfare tedesco, sull’onda della riunificazione con una repubblica socialista in cui la piena occupazione era tanto decantata quanto fittizia, raggiunge vette di simulazione ancora mai sfiorate. «Eravamotutti d’accordo —dice Paoli
          — sul vantaggio reciproco: voi fate finta di creare posti di lavoro e noi facciamo finta di lavorare».
          Rimorsi di coscienza, zero. Nona caso la famiglia Paoli è originaria della Corsica. Ma anche la moglie, prussiana di Weimar, conosciuta proprio in
          quel periodo, non si scompone: «Nel nostro progetto di riqualificazione
          eravamo in quaranta, in un centro culturale di Berlino Est. E facevamo finta tutti quanti». Ora i due campano alla grande, da anni, sulle indennità di
          disoccupazione: «Perché dovremmo cercarci un lavoro? Guadagneremmo certamente di meno», sostengono in coro. Mase loro non cercano un lavoro,
          è il lavoro che si fa vivo da solo: a forza di ragionare sulla propria condizione di oziosi remunerati, l’agenda si è pericolosamente riempita d’impegni.
          Dalla Fondazione Heinrich Böll alla Società di psichiatria, dai premi letterari alla convention di Attac, gli inviti a convegni e seminari ormai fioccano a decine. La coppia Paoli-Zoufall è perfino oggetto di diversi studi sociologici, rischiando di creare così qualche posto di lavoro.
          «Potremmo aprire un ufficio di consulenza per i disoccupati, con i soldi del governo — commenta Zoufall —manon vogliamo affaticarci troppo».
          R.Ce.