“Europa” «Ce ne qu’un debut»

04/06/2003





 
   
4 Giugno 2003
ECONOMIA









 

FRANCIA
«Ce ne qu’un debut»

Non si ferma la lotta contro la riforma pensionistica «dall’alto». Ieri lo sciopero ha di nuovo bloccato l’intero paese
ANNA MARIA MERLO


EVIAN
Francia bloccata ieri, nel giorno finale del G8 di Evian conclusosi con un appello alla «fiducia» per rilanciare l’economia in crisi. Ma la fiducia in Francia tra cittadini e governo sta toccando un livello molto basso (se si esclude l’azione per garantire la sicurezza, unica nota positiva del governo Raffaren). Ieri la protesta ha paralizzato il paese – treni, voli interni, trasporti, scuole, ospedali, posta, uffici delle tasse – ha alla base una grande incomprensione tra cittadini e governo: da un lato, soprattutto il settore pubblico (ma sostenuto nella battaglia dal 63% dei cittadini) chiede una trattativa vera e propria con il governo per la riforma delle pensioni, invece imposta in fretta e furia, dopo aver ottenuto la firma di due sindacati (la potente Cfdt e la Cgc). Dall’altro, un governo che finge di non capire i motivi della protesta, che cresce soprattutto nella scuola. Ancora ieri, l’ex primo ministro Alain Juppé, pezzo grosso dell’Ump di Chirac, ha affermato: «Non vedo le ragioni» della protesta. Da parte dei ministri, la frase più ricorrente è «non abbandoneremo la riforma delle pensioni». Il governo ha pero’ già fatto passi indietro sul pacchetto delle riforme, in particolare su alcuni aspetti della decentralizzazione: l’autonomia delle università è stata rimessa nel casseto e rimandata a data migliore, sul decentramento del personale non insegnante, a dare una mano all’impopolare ministro della pubblica istruzione, Luc Ferry, è stato chiamato il più popolare ministro degli interni, Nicolas Sarkozy: «Bisogna rimettere gli insegnanti al tavolo dei negoziati – dice – non sappiamo neppure più perché siamo arrabbiati gli uni con gli altri».

Dietro questo tentativo di calmare le acque c’è una vera e propria crisi di società. La grande maggioranza dei francesi – e dei sindacati – è d’accordo sul fatto che una riforma delle pensioni sia necessaria, che è giusto che settore privato e settore pubblico siano trattati in modo egualitario. La Cfdt ha persino firmato il testo del ministro del lavoro François Fillon. La Cgt chiede una trattativa approfondita. Solo Fo sembra più radicale, pretendendo il ritiro puro e semplice non solo della riforma Fillon, ma anche di quella Balladur del `93 che aveva portato a 40 gli anni i contributi per il settore privato. La Fsu (insegnanti) vorrebbe rimettere sul tavolo tutti i problemi della scuola. In ballo non c’è solo il posto e il ruolo dei sindacati nella società francese, tradizionalmente poco sindacalizzata. E’ in corso uno scontro tra visioni della società: la destra francese al potere, anche se è più attenta di altre alla buona salute delle relazioni sociali, è comunque attraversata da una corrente, sempre più forte, che sogna il modello Thatcher. Persino il ministro Fillon, che pure appartiene alla corrente sociale dell’Ump, afferma: «Un giorno o l’altro bisognerà andare oltre un grande movimento sociale per dimostrare che è possibile riformare il paese».

In Francia è ricorrente l’affermazione che «le riforme sono impossibili». Ma è proprio contro l’idea di una riforma imposta dall’alto che si sta sollevando il paese. E’ il metodo che fa rivoltare, prima dei contenuti. Poi c’è un’idea generale del «servizio pubblico» che chi protesta teme venga rimessa in causa: una scuola con personale decentralizzato non è più eguale su tutto il territorio nazionale (vengono accentuate le differenze già esistenti tra zone ricche e povere), dei servizi regionalizzati significano l’abbandono del principio dell’eguaglianza. La protesta dura da più di un mese e non accenna a cedere. La Francia era ieri paralizzata, e il movimento potrebbe venire riconfermato per i prossimi giorni. Nel frattempo, il Partito socialista sta preparando proposte di riforma delle pensioni da presentare alla discusisone sulla legge Fillon, che inizierà il 10 giugno all’assemblea. Ma il governo ha fretta: adesso deve far passare le pensioni, perché in autunno ci sarà l’altrettanto dolorosa riforma della previdenza sociale e dell’assicurazioone-malattia, che accumula deficit (16 miliardi non previsti dalla finanziaria 2003).