“Europa” Al Nord, alla ricerca del welfare perduto (C.Damiano)

20/06/2005
    domenica 19 giugno 2005

    Al Nord, alla ricerca
    del welfare perduto

      VIAGGIO in Danimarca e in Svezia per conoscere
      il mondo del lavoro e soprattutto come in quei paesi
      ci si prepara a trovare un nuovo lavoro, come lo Stato
      sostiene chi cerca lavoro, come si può vivere
      di lavoro flessibile senza vivere insieme l’incubo
      della precarietà e degli anni che passano

      di Cesare Damiano*
      *Responsabile Lavoro Ds

        L’esperienza più curiosa è stata l’incontro con un apprendista cuoco cinquantatreenne, fiorentino, incontrato nel centro per l’impiego di Lernia vicino a Malmö, in Svezia, una persona che aveva svolto un lavoro da interprete, cittadino svedese da 25 anni, che ha deciso di interrompere il lavoro per seguire una passione a lungo coltivata per la cucina. Riconvertirsi a 53 anni non è semplice, ma se puoi essere inserito in un circuito di tutela sociale con un sussidio che ti consente di vivere dignitosamente per un periodo di formazione, fino ad un anno e mezzo, ti puoi sentire sufficientemente protetto e, quindi, parte attiva di un progetto, non solo di riqualificazione, ma di vita.

        Questo incontro, insieme ad altre esperienze, si è reso possibile grazie al viaggio che ho intrapreso insieme ai responsabili Lavoro della Margherita e di Rifondazione, Tiziano Treu e Paolo Ferrero, e con Paolo Borioni della Fondazione Gramsci, in Danimarca e in Svezia, "alla ricerca del Welfare perduto". Sì, perduto. Perché dopo le controriforme del governo Berlusconi sullo stato sociale, questo è il termine più appropriato e corrispondente al senso di incertezza e smarrimento della gran parte degli italiani di fronte al futuro.

          Il viaggio ha rappresentato una ulteriore "prova di Unione", nonostante i tempi difficili che il centrosinistra (quello senza trattino) sta attraversando. Prove che si sono già manifestate con il documento presentato dai responsabili dei dipartimenti Lavoro della Federazione dell’Ulivo e che sono continuate con questo viaggio nel nord Europa.

            L’esperienza è stata molto istruttiva. Non si tratta di applicare un principio di trasposizione meccanica. Le diversità tra questi paesi e l’Italia sono troppo rilevanti, a partire dal numero degli abitanti (un rapporto di uno a dieci). Una prima differenza, sostanziale, è il trend di sviluppo che in questi due paesi è intorno al 3% annuo, insieme a un tasso di inflazione di circa l’1%. Questo rende possibile una cospicua destinazione di risorse verso lo stato sociale, che in Danimarca è stato pari, nel 2000, al 27% del prodotto interno lordo.

            L’Italia, invece, è in recessione con un PIL che segna un – 1,5% nei primi mesi dell’anno. Anche le voci e la ripartizione interna di queste risorse sono significative: anziani (38%), salute (19%), casa (3%), famiglia (13%), disoccupazione (11%), disabili (12%) e assistenza sociale (4%). In relazione a questo, in Danimarca registriamo un tasso di attività, nell’età compresa tra 16 e 66 anni, che nel corso di vent’anni è "sceso" dall’80% del 1981 al 78% del 2002. Anche in questo paese si è registrato un maggior incremento di occupazione femminile e una crescita degli immigrati che, in valore assoluto, negli stessi anni sono passati da 111.000 a 291.000, più 162%. La percentuale di disoccupati è stata, nel 2003, pari al 6,1%, più forte tra gli immigrati e inferiore alla media, 5,6%, tra i danesi. Questi risultati sono anche il frutto di una politica economica rigorosa, grazie alla quale il debito pubblico è pari al 35% del prodotto interno lordo, il deficit è scomparso e si fanno, oltre alle cose dette, alti investimenti in educazione (il 50% dei giovani frequenta l’università con un presalario del tutto dignitoso), nella innovazione tecnologica, nella economia dell’ambiente e nelle energie alternative (la Danimarca è leader nell’energia eolica).

              Altre caratteristiche fanno di questi paesi esempi del tutto particolari e positivi: il credito è stato liberalizzato, consentendo alle famiglie l’utilizzo di mutui a basso costo; esistono infrastrutture moderne: nel corso del viaggio abbiamo utilizzato un treno veloce che in 30 minuti ci ha portato da Copenaghen a Malmö, in Svezia, attraversando un ponte costruito sui bassi fondali del mare del Nord e lungo 16 chilometri. Per ottenere questi risultati esiste una politica fiscale che sostiene prioritariamente, come si è visto, il lavoro e il welfare, non sicuramente le rendite. Le tasse sono molto alte sul reddito delle persone (l’aliquota marginale supera il 60%), mentre sono esigue le tasse sul lavoro. Le imprese pagano pochissimi contributi sociali e la previdenza di base è finanziata dalla fiscalità generale sulla quale si innesta quella complementare, alimentata da contributi concordati in via contrattuale fra le parti (compresi tra il 12 e il 15% della retribuzione).

                Nel corso della nostra visita, prevalentemente in Danimarca, abbiamo incontrato alcuni rappresentanti del partito socialdemocratico, al governo in Svezia e passato all’opposizione da ormai quattro anni in Danimarca, dirigenti delle confederazioni sindacali e operatori delle istituzioni pubbliche che governano il mercato del lavoro. Di tutta questa esperienza vogliamo parlare, in primo luogo, dei centri per l’impiego che abbiamo visitato a Copenaghen e Malmö. Già a partire dal nostro arrivo Kim Mortensen, vicepresidente socialdemocratico della commissione lavoro del Parlamento danese, assieme ai rappresentanti della confederazione sindacale LO, ci aveva spiegato la logica del "golden triangle", il triangolo d’oro formato dal rapporto tra mercato del lavoro, assicurazioni contro la disoccupazione e politiche attive del lavoro. I centri per l’impiego che abbiamo visitato sono molto attrezzati, dotati di postazioni informatiche e di personale specializzato. Quello di Lernia, in Svezia, che vanta settant’anni di esperienza nella formazione per il mercato del lavoro, è al 100% di proprietà del governo, specializzato nel settore industriale, tecnologico e logistico, vanta una presenza in 65 località della Svezia, forma circa 30.000 persone all’anno e ha 2.300 dipendenti sul territorio nazionale. Il centro, dispone di aule per la formazione teorica e di una vera e propria officina meccanica, con macchine di ogni sorta, tradizionali e a controllo numerico, diretta da un giovane e simpatico esperto proveniente da Panama, con il quale abbiamo trovato più comodo conversare in spagnolo. Magie della globalizzazione. Questi centri si convenzionano con operatori privati, fermo restando la regia e la prevalenza pubblica.

                  L’obiettivo che lo Stato ha stabilito per il centro, pena la revoca della committenza, è che almeno il 70% dei lavoratori deve rioccuparsi entro novanta giorni dalla fine del percorso formativo. In questi paesi lo stato investe il 4% del prodotto interno lordo in politiche attive del lavoro, contro l’1,2% dell’Italia. Il segreto del loro buon funzionamento consiste nel fatto che sono vicini agli utenti, nel territorio, personalizzano gli interventi e sono cogestiti dalle parti sociali in una logica di concertazione con le pubbliche amministrazioni. Del resto, questa opinione ci viene confermata nell’incontro con Mogens Lykketoft, ex leader del Partito socialdemocratico danese ed ex Ministro dell’economia e degli esteri, considerato "l’architetto" delle riforme degli anni ’90, secondo il quale la flexsecurity, la flessibilità nella sicurezza, ha dato ottimi risultati. Il motto è, in caso di disoccupazione, "trovare la via più rapida al prossimo lavoro". Lo schema che ci viene illustrato nel centro per l’impiego di Copenaghen, infatti, esprime chiaramente questa scelta. I benefici per la disoccupazione durano per un massimo di quattro anni. Quando si entra nel sistema si consegna immediatamente un curriculum vitae che, entro quattro settimane, prevede un contatto personalizzato che definisce con il tutor il profilo della posizione individuale. Entro tre mesi c’è un colloquio per la definizione del primo job plan (un progetto di lavoro); questi contatti vengono ripetuti ogni tre mesi per il primo anno e ogni sei mesi nel periodo successivo.

                  A seconda delle necessità, il lavoratore disoccupato può essere avviato verso corsi di riqualificazione professionale, oppure direttamente al lavoro tramite visite e rapporti con le aziende private. L’obiettivo è quello di offrire lavori di qualità analoga o migliore rispetto a quelli precedenti. Ma se i primi tentativi non vanno a segno, può venire offerto anche un lavoro meno qualificato, che il disoccupato deve accettare, pena la perdita di tutto o di parte del sussidio. In media oltre il 50% dei disoccupati viene reinserito nei primi sei mesi. Questo sistema tripartito di gestione del mercato del lavoro, con un sindacato (nei due paesi il tasso di sindacalizzazione oscilla tra l’80 e l’85%), regge perché lavoratori e imprese credono in questo modello.

                    In Danimarca il governo di centrodestra sta cercando di indebolire queste protezioni sociali. Ha cercato di ridurre i finanziamenti per l’indennità di disoccupazione, ma non ci è riuscito perchè il consenso a questo sistema è radicato e diffuso. Gli stessi imprenditori danesi, che hanno votato per il governo di centrodestra, continuano a partecipare alle istituzioni triangolari del mercato e del welfare, mentre la Confindustria svedese si è ritirata, pur in presenza di un governo socialdemocratico.

                      L’impressione ricavata da queste conversazioni è che il sistema funziona, non solo per le convenienze reciproche, ma anche per la fiducia fra le parti e per un forte senso di etica pubblica.

                        I tratti fondamentali di questo modello di partecipazione sono patrimonio delle stesse linee – guida europee: gestione tripartita del mercato del lavoro e del welfare, scambio tra flessibilità e sicurezza. Sono punti di riferimento che possono essere utili anche per l’esperienza italiana, con tutte le peculiarità che vanno considerate.

                          Se vogliamo uscire dalla situazione di incertezza e di insicurezza sul lavoro, nella quale ci ha proiettati il governo di centrodestra, dobbiamo muoverci in due direzioni: preparare una nuova legge sul mercato del lavoro che solleciti il sistema a indirizzarsi, con incentivi come il credito d’imposta, verso l’obiettivo del lavoro a tempo indeterminato e che renda meno conveniente il lavoro flessibile, allineando tendenzialmente le varie forme di flessibilità al livello del costo del lavoro interinale; individuare diritti universali di base a protezione del lavoro discontinuo. In secondo luogo, dobbiamo far leva sui nuovi poteri degli enti locali in tema di lavoro e di politica industriale, in particolar modo delle regioni e delle province. Le leggi-quadro regionali devono connettersi e scommettere su una rete diffusa nel territorio di servizi per l’impiego promossi dalle province, che siano il luogo di incontro tra domanda e offerta di lavoro. In Italia non siamo all’anno zero: esistono numerose esperienze territoriali positive. Se vogliamo ottenere risultati si renderà necessario costruire nel territorio servizi per l’impiego, dotati di risorse per formazione e sicurezza sociale, che siano un punto di incontro tra sindacati, imprese ed enti locali.