“Europa” Addio al sogno della gauche: liquidate le 35 ore

10/12/2004
    venerdì 10 dicembre 2004

      SODDISFAZIONE DELLA CONFINDUSTRIA: E’ FINITA L’ECCEZIONE FRANCESE
      Addio al sogno della gauche: liquidate le 35 ore
      Raffarin modifica la legge del ‘98

        Cesare Martinetti
        corrispondente da PARIGI

          E’ una vera controrivoluzione, quella annunciata ieri mattina dal primo ministro francese Jean-Pierre Raffarin con l’espressione dolce del «temps-choisi». In italiano suona «tempo scelto», ma se vogliamo davvero tradurlo dobbiamo dire che è la fine delle 35 ore, la «rivoluzione» approvata nel maggio 1998 dal governo della «gauche plurielle» di Lionel Jospin e che per qualche anno è diventata la misura feticcio della sinistra europea.

          Sembrava la scoperta dell’acqua calda: ridurre il tempo di lavoro per aumentare l’occupazione. E’ diventata paradossalmente la tomba della sinistra francese, sconfitta in modo umiliante alle elezioni del 2002. Nemmeno eletta in parlamento la donna – Martine Aubry, ministro del Lavoro – che a quella riforma aveva dato il nome.

          Restituire ai francesi la «libertà di lavorare di più per guadagnare di più» è stato uno dei cavalli di battaglia della destra. Difficile dire quanta presa vera abbia avuto sui lavoratori. Ma va detto che l’infernale meccanismo burocratico della riduzione del tempo di lavoro ha profittato soprattutto ai quadri degli uffici pubblici. Nelle imprese private, e in particolare nelle fabbriche, la riforma delle 35 ore si è rivelata un’arma a doppio taglio.

          Il governo di sinistra impose la riforma per legge. Ma per renderla accettabile agli imprenditori diede loro in cambio una grande flessibilità nell’organizzazione del lavoro e il blocco dei salari. Il risultato è stato che, per un vantaggio orario abbastanza modesto, in qualche caso quasi simbolico, gli operai hanno dovuto subire una perdita del potere d’acquisto e un peggioramento delle condizioni di lavoro. Un sondaggio realizzato per il «Nouvel Observateur» tra i lavoratori dell’industria subito dopo le elezioni del 2002 rivelò che solo l’11 per cento degli interpellati dava un giudizio positivo della riforma.

          Il mito però ha resistito, perché dotato di una sua forza simbolica e perché la legge entrò in vigore in anni in cui la crescita economica era molto forte. In Francia più che nella media europea. I sostenitori delle 35 ore naturalmente sostengono che ciò fu possibile grazie a quella legge; gli avversari, che avvenne «nonostante la legge». Sta di fatto che nei primi due-tre anni l’occupazione aumentò e di conseguenza anche i consumi.

          Dopo l’11 settembre, però, il quadro è cambiato per tutti e in una situazione di crisi si può perlomeno dire che la riduzione del tempo di lavoro non aiuta: la disoccupazione è aumentata, superando la soglia psicologica del 10 per cento.
          Nel frattempo la destra di governo di Jacques Chirac ha avuto modo di incassare due sonore sconfitte elettorali, nelle regionali di marzo 2004 (una sola regione è rimasta alla destra, la marginale Alsazia) e alle europee. Ma la temperatura elettorale non ha bloccato la riforma della riforma che, anzi, viene considerata come indispensabile per recuperare consensi. Come ha detto Raffarin, i francesi devono avere «più libertà» e cioè liberarsi da quella camicia di forza di un orario di lavoro stabilito astrattamente.

          Ciò significa che il tempo di lavoro resterà ufficialmente di 35 ore la settimana. Ma saranno aumentate sia le ore di straordinario (da 180 a 220 l’anno), sia la possibilità di lavorare quel pacchetto di ore che la riforma Aubry aveva sottratto dall’orario ufficiale e inserito in un pacchetto detto «risparmio-tempo». In sostanza, la legge resta ufficialmente in vigore, ma è quasi completamente svuotata. E, soprattutto, è saltata la logica della riforma Aubry, che voleva aumentare l’occupazione diminuendo le ore di lavoro per ciascun lavoratore. Paradossalmente il governo di destra si pone lo s’esso obbiettivo con lo strumento opposto: aumentare l’occupazione aumentando la libertà (e le ore) di lavoro.

          L’annuncio di Raffarin è stato accolto in modo molto positivo del Medef, l’associazione degli imprenditori: «E’ la fine dell’”exception française” – ha commentato il presidente Ernest-Antoine Sillière – è il ritorno della libertà di lavoro». Per i sindacati e l’opposizione di sinistra invece è un ritorno al passato in piena regola: «Di fatto la settimana di lavoro sarà nuovamente di 40 ore», dicono alla Cgt, il grande sindacato rosso.

            Raffarin ha però precisato che ogni modifica all’attuale regime di lavoro si potrà fare soltanto attraverso un doppio accordo: d’azienda o di categoria e con i singoli lavoratori. In altre parole, nessuno potrà essere obbligato a lavorare più delle canoniche 35 ore. Ma sarà davvero così?