“Europa” 35 ore, come farla finita

06/09/2002


            6 settembre 2002

            35 ore, come farla finita
            Il progetto della destra, neutralizzare la controversa legge Aubry, ne ha preso per ora di petto solo due aspetti: smic e straordinari

            ALEXANDRE BILOUS


            Non è un segreto per nessuno che la destra e il padronato si sono sempre opposti alla riduzione del tempo di lavoro. Oggi al potere in Francia, i nuovi governanti, che dispongono di tutte le leve di comando (presidenza della Repubblica, parlamento, governo) hanno in linea di principio le mani libere per «adattare» la legge sulle 35 ore. Il padronato, rappresentato essenzialmente dalla sua organizzazione, il Medef, da parte sua soffia sul fuoco per cancellare dalla carta questa legge che, a suo giudizio, è una «autentica aberrazione economica». Si è tuttavia ancora ben lontani dal colpo finale, perché la legge sulle 35 ore è oggi entrata a far parte delle abitudini, scandisce nuovi ritmi di tempo libero per una parte della popolazione e soddisfa certe categorie di salariati, soprattutto i dirigenti. D’altra parte si accompagna a dispositivi tecnici evidentemente complessi, che non si possono ignorare e che rendono la sua rivalutazione estremamente delicata.

            Un bilancio controverso

            E’ difficile tracciare un bilancio preciso e obbiettivo dell’esperienza delle 35 ore. Tutti gli analisti politici concordano nel vedere nell’applicazione di questa legge una delle ragioni – non certo la sola – della sconfitta della sinistra alle elezioni presidenziali e a quelle politiche, venute subito dopo. Su un piatto della bilancia c’è l’aumento del tempo libero e le libertà che da questo derivano (più congedi, miglioramento della vita familiare, doppio lavoro etc.). Il che, con tutta evidenza, rappresenta globalmente un di più per i salariati. Ma questo «di più» è stato vissuto differentemente, a seconda delle aziende. Tra la possibilità di beneficiare di congedi accumulati (fino a 21 giorni supplementari l’anno) e quella di ridurre la propria giornata di lavoro di alcuni minuti, vi sono differenze concrete assai nette.

            Sull’altro piatto, c’è la realtà dei rapporti quotidiani di lavoro nelle imprese. Nella maggioranza degli accordi che sono stati firmati dai sindacati o da un dipendente delegato da un sindacato (1), la flessibilità si è imposta come contropartita alla riduzione del tempo di lavoro. Una flessibilità tanto più facile da far passare in quanto i sindacati sono praticamente inesistenti nel settore privato (dove il tasso di sindacalizzazione è stimato intorno al 5-6%). Una flessibilità che ha toccato sia la ristrutturazione dei tempi di lavoro che l’organizzazione stessa del lavoro (introduzione attraverso un semplice accordo di impresa dei turni, del lavoro notturno, del lavoro nei fine settimana).

            Bisogna tuttavia notare che se gli strumenti della flessibilità sono ben presenti in tutte le imprese, non sempre sono stati utilizzati. Molte aziende hanno firmato accordi di modulazione che però non applicano: per mancanza d’idee, perché il management non è preparato o non si è organizzato per beneficiarne, o perché le vecchie abitudini hanno prevalso presso i piccoli capi come i grandi.

            Infine, uno degli aspetti contestati da numerosi lavoratori ha riguardato le ore supplmentari, rispetto alle quali la legge Aubry sottolineava che le prime 4 dovessero essere recuperate in determinati tempi e non remunerate (salvo accordi diversi con l’impresa).

            Questo insieme di ragioni spiega i risultati dell’ultima indagine del ministero del lavoro, la quale mostra che se il 22% dei salariati ha migliorato la propria situazione, il 46% non ha notato alcun miglioramento e il 29% lamenta un peggioramento.

            Le deroghe socialiste

            Bisogna infine osservare che il governo socialista, nel settembre 2001, aveva introdotto una deroga che riguardava la situazione delle piccole imprese (meno di 21 dipendenti). Queste ultime, che avrebbero dovuto applicare la legge sulle 35 ore a partire dal gennaio 2002, potevano beneficiare di 180 ore di straordinari ogni anno (invece delle 130 concesse alle imprese più grandi).

            Il Medef si era rumorosamente felicitato di questa misura, dichiarando: «Il governo si arrende infine all’evidenza e riconosce implicitamente che le 35 ore non sono adatte alla vita delle imprese. Cede in parte alla rivendicazione del Medef aumentando a 180 ore per anno, invece di 130, il numero di ore di straordinario, ma limita l’applicazione di questa misura alle imprese con meno di 21 dipendenti e gli dà un carattere provvisorio». E l’organizzazione padronale chiedeva che questo ammorbidimento venisse applicato a tutte le aziende.

            Le promesse della destra

            Questo ora è stato appena promesso dal ministro del lavoro François Fillon. Ed è effettivamente in direzione di un aumento dello straordinario che indirizza le sue scelte. La mediazione del primo ministro Jean-Pierre Raffarin dovrebbe essere reso noto nei prossimi giorni sotto forma di un decreto che porta a 180 ore il numero massimo di ore di straordinario. Tale decreto dovrebbe avere una durata limitata nel tempo (da 12 a 18 mesi), il tempo di far sì che i diversi settori professionali adottino il contingente di ore adatto al loro settore.

            Paradossalmente il Medef, che sotto il governo socialista non aveva cessato di denunciare il ricorso alla legge o al decreto e chiedeva il negoziato collettivo per risolvere questo tipo di contenzioso, stavolta ha lamentato che il decreto non venga adottato una volta per tutte, lasciando così capire che il negoziato era l’ultima delle sue preoccupazioni.

            Non è questa la sola preoccupazione dell’organizzazione padronale. Tra le questioni da affrontare al rientro, anche lo smic (il salario minimo legale) costituisce uno scoglio.

            Ma la legge resta

            Ogni anno, in luglio, il governo procede a un aumento dello smic in base all’inflazione, aggiungendovi (o meno) un «coupe de pouce», una spinta ulteriore in avanti. Poiché lo smic è calcolato su base oraria, uno degli effetti meccanici della legge Aubry è stato di creare differenti livelli mensili . Oggi ne esistono sei, che vanno da 1036,90 euro per uno «smicard» assunto a 35 ore e pagato per 35 ore, a 1.154,27 euro per coloro che sono passati a 35 ore dopo il primo luglio 2002.

            Per unificare i sei smic mensili differenti sarà necessario aumentare certi smicards più di altri. E quasi la metà di questi vedranno il loro ammontare mensile crescere dell’11,4%. Certo, alcuni sgravi fiscali sono previsti per le imprese interessate, sgravi che saranno al massimo pari al 26% dello smic. A lungo termine, e con le conseguenze della crescita dello smic sugli altri salari, si potrebbe constatare, secondo il Consiglio economico e sociale (che riunisce sindacalisti, datori di lavoro e personalità qualificate) «un effetto negativo sull’occupazione da 84mila a 184mila posti di lavoro».

            Va detto che questo non può essere messo nel conto della destra, perché il governo socialista aveva previsto lo stesso tipo di unificazione nel 2005.

            Se il progetto della destra è di ammorbidire il più possibile le 35 ore, l’obiettivo è ancora lontano. Finora il governo si è rivolto solo a due aspetti della legge Aubry: le ore di straordinario e lo smic. Ne restano ancora molti altri da affrontare: il tempo parziale, i contratti a durata determinata, la sorte degli accordi già firmati etc.

            Resta il fatto che, per ora, un elemento essenziale non è stato ancora toccato e non sarà toccato dal dispositivo: la durata legale del lavoro resta fissata a 35 ore a settimana, soglia oltre la quale partono gli straordinari.

            (1) La «delega» è una procedura inventata durante un negoziato intercategoriale del 1995, che permette a un salariato non iscritto al sindacato di firmare accordi d’impresa anche in assenza di un rappresentante sindacale, purché sia stato «delegato» da un’organizzazione sindacale rappresentativa.