“Europa (2)” Pagherà di più l’Italia (C.Bastasin)

30/05/2005
    lunedì 30 maggio, 2005

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    Pagherà
    di più l’Italia

      di Carlo Bastasin

        I francesi hanno confuso il testo con il contesto. Come è stato scritto, hanno detto no al Trattato europeo, pensando di dire di no a ciò che a loro fa paura al di fuori dei confini nazionali: la competizione globale. Un voto dunque che ha espresso più un’opinione che un programma. Non è simmetrico lo sforzo di chi resiste e di chi cede alle tentazioni demagogiche, molto più facile il compito di chi si lascia obnubilare da illusioni consolatorie. Era compito dei politici nazionali sradicare l’ombra delle domande globali dalla risposta europea, disperdere l’illusione ottica, spiegare che la sovranità nazionale è già smarrita e che è richiesta un’intelligenza più profonda e versatile per giudicare il proprio ruolo nel mondo, ma hanno clamorosamente mancato al loro dovere, inconsciamente rivelando il loro distacco dalla realtà, la loro impotenza. Da ciò non escono impuniti. Il voto di opinione è diventato infatti – come ha scritto Jean-Marie Colombani – un voto di punizione.

          I francesi hanno votato e tutti gli altri (più di altri gli italiani) ne porteranno le conseguenze. E’ proprio questa la ragione per cui una Costituzione europea sarebbe necessaria: le scelte nazionali, anche in politica come in economia, immigrazione, ambiente o diplomazia, hanno conseguenze europee e perché siano sostenibili – non fonte di conflitti o ritorsioni – dovrebbero essere materia di decisione comune. Questo dato di fatto dell’ambiente politico europeo – e perfino della realtà globale – non cambia, non è diverso oggi rispetto a ieri. Al contrario continuerà a esercitare un effetto centripeto sui paesi europei. Gli europei resisteranno, come oggi i francesi, o asseconderanno la tendenza a unirsi? Le domande globali non cambieranno, la differenza sarà sulla possibilità di «governarle»: uniti si potrà rispondere, isolati le si subirà o se ne uscirà lacerati come cent’anni fa.

            AL di là delle contromisure di ingegneria istituzionale e diplomatica (i famosi «piani B»), la conseguenza sull’Europa del no francese è che la sostanza politica, il consenso e l’inquadramento costituzionale della politica comune si indeboliscono. Questo significa che le politiche di integrazione sono meno garantite, perché anziché rispondere a obiettivi comuni sono esposte a trattative opportunistiche. Rischiano di riaprirsi le faglie tra i paesi: chi è pro o contro l’economia di mercato e chi e pro o contro il futuro allargamento (con le conseguenze di un distacco turco dall’Ovest). Il senso di solidarietà che dovrebbe comunque sostenere la condivisione delle sovranità nazionali si attenua. E’ questa una tendenza già manifesta da qualche anno: si violano i vincoli fiscali danneggiando i partner, si cambiano a propria convenienza i patti di stabilità, si bloccano direttive di apertura del mercato come quella sui servizi, si trascurano gli impegni privi di sanzioni (come l’agenda 2010), si riduce il contributo al bilancio comunitario, si rinviano gli impegni sulla costituzione.

              L’Italia è particolarmente esposta a un vuoto di solidarietà europeo, perché la sua sopravvivenza dipende dal più stretto tra gli impegni politici comuni: l’euro. L’analogia tra l’Italia di oggi e quella del ’92-’93 è inquietante. Fu il ’93 l’ultimo anno di recessione (il pil scese dello 0,9%), paragonabile a quello attuale. Le condizioni del debito e del deficit pubblici erano simili (migliori come trend). Il deficit di competitività analogo per dimensione. L’Italia ne uscì con una svalutazione del 34%, i cui benefici sono oggi erosi. Se si attenua la solidarietà politica europea, compresa quella che copre le spalle alla Banca centrale, le conseguenze saranno prospettive economiche divergenti e quindi tassi d’interesse non più uguali per tutti, con quelli italiani in salita rispetto agli altri. Come potrà sopravvivere un paese già sfinito, se i benefici europei diventeranno svantaggi? E non è tutta la catena europea resistente solo per quanto lo sia il suo anello più debole? Mai come adesso ci vorrebbe una politica nazionale davvero all’altezza. E in grado – perché no? – di riempire il vuoto politico europeo lasciato da Chirac e Schroeder. In fondo è per le passate capacità di leadership che l’opinione degli elettori francesi ieri valeva più di quella degli altri.