“Europa 2″ «Cura Siemens per De’Longhi»

30/06/2004


      sezione: ITALIA-LAVORO
      data: 2004-06-29 – pag: 21
      autore: SERENA UCCELLO
      DELOCALIZZAZIONE • I metalmeccanici aprono al modello tedesco per evitare la chiusura de l l’impianto fr iulano
      «Cura Siemens per De’ Longhi»
      Le Rsu pronte a sperimentare nuove ricette dopo la decisione dell’azienda di trasferire l’attività in Cina
      MILANO • Il modello Siemens piace ai sindacati della De’Longhi di Ampezzo (Udine). Certo i toni sono cauti e nessuno cede, in un momento in cui il confronto con l’azienda è ancora aperto, ai facili entusiasmi. L’idea però di trovare una soluzione per lo stabilimento friulano (130 dipendenti), che non sia solo la strada della cassa integrazione, sollecita l’interesse delle rappresentanze sindacali. E così anche in Italia potrebbe avere un seguito l’accordo raggiunto dalla Siemens con il sindacato IG Metall. L’intesa tedesca prevede il ritiro del piano di trasferimento in Ungheria di circa 2mila posti di lavoro in cambio dell’allungamento degli orari (40 ore settimanali contro le attuali 35) e senza alcun aumento salariale.

      «Per la verità — spiega Carlo Luca delegato Fiom delle Rsu — un’ipotesi di questo tipo non è mai stata contemplata dall’azienda che si è anzi mostrata ferma nel progetto di chiudere lo stabilimento per delocalizzare la produzione in Cina. Tuttavia noi siamo ben propensi a discutere di soluzioni alternative».

      Soluzioni come il modello Siemens? «Sì, certo — dice Carlo Luca — noi saremmo disposti a considerare questa possibilità piuttosto che chiudere». Una prospettiva dinanzi alla quale anche Fabrizio Morocutti della Fiom-Cgil dell’Alto Friuli non fa marcia indietro anche se specifica: «In passato i lavoratori hanno già fatto concessioni nei confronti dell’azienda pur di garantire lo stabilimento. Quando quattro anni fa è stata avviata la produzione il sindacato ha assicurato più di una deroga, sui contratti a tempo ad esempio, e rinunciando alla contrattazione aziendale». Come dire niente da fare «se il confronto deve essere con il costo del lavoro cinese». Il discorso cambia se, tenendo conto «dei livelli di efficienza e di redditività dello stabilimento — dice Morocutti — si cerca invece di valorizzare la professionalità dei lavoratori. In questo caso c’è sicuramente la disponibilità a discutere».

      Nonostante la prospettiva della mobilità e della cassa integrazione (il primo luglio è previsto un incontro con l’azienda) i toni restano concilianti, la paura infatti è che quella di Ampezzo sia solo la prima delle chiusure per delocalizzazione.

      Proprio sulla scelta della delocalizzazione il gruppo guidato da Giuseppe De’Longhi ha in diverse occasioni chiarito «di non inseguire facili margini di guadagno delocalizzando in Cina, ma di rispondere alle dinamiche di mercato» e che «l’obiettivo del gruppo consiste nell’integrare due piattaforme produttive, destinate a diversi prodotti e diversi mercati». E le due piattaforme produttive sono — spiega l’azienda — «lo storico network di fabbriche del Nord-Est, dedicato ai prodotti di maggior valore e di maggior contenuto tecnologico, in particolar modo per i mercati europei. E le fabbriche ereditate dall’acquisizione di Kenwood (nel 2000) insieme ai nuovi stabilimenti e jointventures in Cina finalizzati a poter servire efficacemente il mercato americano, asiatico, australiano e a rimanere competitivi nelle produzioni a minor contenuto tecnologico».