“EuroLavoro (8)” I.Figueiredo: La precarietà è stata solo «emendata»

13/05/2005
    giovedì 12 maggio 2005

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    VITE AL LAVORO

      INTERVISTA
      La precarietà è stata solo «emendata»
      Le poche luci e le tante ombre del voto europeo: parla la comunista portoghese Ilda Figueiredo

        A. D’Arg.
        Bruxelles

          Vicepresidente della commissione parlamentare sul lavoro ed eurodeputata comunista, la portoghese Ilda Figueiredo ha seguito da vicino gli sviluppi della direttiva sull’orario di lavoro, ha assistito al lavoro di mediazione di Alejandro Cercas e pure agli incontri con la Commissione. Il tutto dalla posizione di dissenso del suo gruppo.

            Che cosa indica il voto del Parlamento?

              È importante cambiare il testo della Commissione perché Bruxelles vuole prolungare la giornata lavorativa oltre le 65 ore e su questa linea ci sono un congiunto di paesi che pretendono di continuare con l’opt out. Il nostro gruppo proponeva di abrogare l’opt out all’entrata in vigore della direttiva, non è stato possibile ma per lo meno adesso il suo termine è fissato in tre anni. Discorso diverso sulle guardie e il conteggio dell’orario di lavoro. Nel Parlamento abbiamo difeso la posizione del Tribunale di Giustizia secondo cui tutto il tempo di guardia è lavoro da retribuire e conteggiare, qui c’era un’intesa ma poi si è aperta la possibilità di accordi collettivi o di regolamentazione del governo per non considerare l’orario a disposizione, le guardie inattive. Le guardie devono essere conteggiate tutte, senza differenze, non farlo equivale ad aprire un autentico vaso di Pandora che può creare problemi a milioni di lavoratori. Adesso non ci sono criteri di calcolo per le guardie, non sappiamo come in futuro verranno conteggiate queste ore, non ci sono certezze. Queto è un grande problema, un grande interrogativo. Il secondo punto critico è quello dell’annualizzazione del calcolo dell’orario settimanale. Chiedevamo un calcolo su 4 mesi e invece siamo a un anno, il che in pratica equivale a legalizzare settimane lunghissime. In sintesi le posizioni più gravi e pericolose della Commissione non sono passate, ma permangono aspetti contradditori.

                I verdi e lo stesso Cercas vi hanno accusato di fare il gioco della destra, di non fare massa critica, di togliere sostegno a un testo che comunque migliora quello della Commissione.

                  Abbiamo votato contro l’opt out, che è un punto molto positivo ma sul resto rimaniamo molto critici. Alla fine il risultato è comunque positivo perché è stata bocciata una proposta della Commissione che ci porta indietro al 1919, che brucia 100 anni di lotta dei lavoratori.

                    I ministri inizieranno a discutere la nuova proposta della commissione il 3 giugno, 4 giorni dopo il referendum francese. Non c’è il rischio che passato il voto sparisca l’enfasi sull’Europa sociale?

                      Per questo per noi è importante che in Francia vinca il No, per dare più forza all’Europa sociale.

                        Ma a parte questa direttiva, che altri testi si stanno discutendo per realizzare una serie di standard minimi?

                          Bisogna lavorare sul salario minimo, per impedire le delocalizzazioni verso paesi con minor protezione sociale e salari, creare dei principi per dei servizi pubblici accessibili a tutti, ma di questo non si sta discutendo, non ci sono proposte né direttive. L’unica battaglia in corso è quella contro la direttiva Bolkestein per la liberalizzazione dei servizi, contro il pericoloso principio del paese di origine.

                            I dibattiti sulla Bolkestein e sulla direttiva sull’orario di lavoro sono illustrati anche come una battaglia tra nuova e vecchia Europa. Il progetto europeo come si difende?

                              Non possiamo accettare un’armonizzazione sul basso, per questo è importante che i paesi più ricchi appoggino con fondi comunitari i nuovi. E’ un momento importante: i nuovi devono comprendere che la Ue li appoggia ma loro devono migliorare la protezione sociale. Per questo è fondamentale che i ricchi aprano il cordone della borsa, il problema è che non vogliono come emerge chiaramente adesso nella discussione sulle prospettive finanziarie. In gioco c’è il futuro della politica di solidarietà e coesione della Ue, è una questione centrale ma in questo momento c’è il rischio di finire in un circolo vizioso. Il No in Francia diventa sempre più importante, serve per ripensare tutto questo.