“EuroLavoro (7)” Dall’Europa un lavoro più flessibile

13/05/2005
    giovedì 12 maggio 2005

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    VITE AL LAVORO

      Dall’Europa un lavoro più flessibile
      L’Europarlamento approva, emendandola, la direttiva sull’orario di lavoro. Respinta la rinuncia «volontaria» all’orario massimo, via libera al calcolo annuale che vincola la vita dei lavoratori alle esigenze aziendali

        Alberto D’Argenzio
        Bruxelles

          Lettura agrodolce per la direttiva europea sull’orario di lavoro: gli eurodeputati dicono un no deciso all’opt out, o rinuncia «volontaria» a un orario massimo, ma anche un sì alla divisione tra guardie attive e inattive e alla possibilità di conteggiare le 48 ore massime settimanali su un anno e non su quattro mesi, lasciando di fatto la porta aperta a orari di oltre 60 ore. E così il Parlamento europeo taglia e ricuce la direttiva proposta dalla Commissione, alla fine ne esce un vestito un po’ meno stretto ma che imbriglia ugualmente: i diritti dei lavoratori rimangono infatti in parte scoperti, uno strappo pericoloso che può essere utilizzato per stirare la giornata lavorativa. La lancetta si sposta comunque dal «brutto» al «variabile» perché il voto indica agli stati un altro cammino da quello tutto flessibilità disegnato dalla Commissione. Il Parlamento ha infatti bocciato l’opt out, assai in voga in Regno unito e ora invocato anche da Germania, Polonia, Slovacchia, Malta e Lettonia, oltreché dalla Commissione. Strasburgo chiede che la rinuncia «volontaria» (in realtà studi indicano che oltre la metà delle firme britanniche sono ottenute o con l’inganno o con il ricatto) venga «abrogata entro 36 mesi dall’entrata in vigore della direttiva».

            Passando alle noti meno liete, il Parlamento ha incluso le guardie all’interno del calcolo dell’orario di lavoro da retribuire ma con un trucco. Alejandro Cercas, socialista spagnolo autore degli emendamenti dell’Eurocamera, si è infatti inventato la divisione tra guardie attive e inattive (le ore a disposizione passate riposando) permettendo agli stati di considerare solo una parte o nessuna delle ore inattive all’interno del computo dell’orario massimo settimanale di 48 ore. E dire che per tre volte il Tribunale di giustizia del Lussemburgo ha detto che le guardie sono lavoro, punto e basta.

              Ultimo neo l’approvazione di fatto del calcolo della media settimanale lavorativa su base annuale e non quadrimestrale. La differenza non è da poco perché il conteggio su 12 mesi permette di adattare completamente l’orario alle necessità produttive lavorando, per esempio, per alcune settimane a 70 ore e per altre a 26. La Commissione proponeva sempre e comunque il conteggio annuale, il Parlamento ha invece votato i 4 mesi ma permettendo alle imprese, tramite contrattazione collettiva, o agli stati, tramite regolamentazione, di sposare la media annuale. Può voler dire la stessa cosa.

                Per Cercas alla fine è tutto un piovere di applausi e di strette di mano: la sua relazione di modifica della proposta della Commissione è stata approvata con 345 sì, 264 no e 43 astensioni; la sua risoluzione ha fatto un po’ meglio, 355 a favore, 272 contrari e 31 astenuti ma soprattutto l’articolo che prevede l’eliminazione dell’opt out nel giro di tre anni raccoglie un consenso ancora più amplio: 378 sì, 261 no e 15 astensioni. «E’ stata una vittoria netta, trasversale, di tutti i gruppi e di tutti i paesi, abbiamo dimostrato che flessibilità e sicurezza sono compatibili», afferma euforico Cercas che poi, pensando a Casablanca, si lancia avventurosamente in un «è oggi il principio di una bella amicizia tra il Parlamento e l’Europa dei cittadini». A favore ha votato una parte del Partito popolare (compreso l’Udc ma non Forza Italia) fino ai verdi, passando per un pezzo di liberali, tra cui la Margherita, e tutti i socialisti, inclusi i laburisti britannici che davano così le spalle al loro governo. I comunisti hanno votato compatti a favore dell’abrogazione dell’opt out, ma solo su quella, poi, sulla valutazione globale del rapporto di Cercas, si sono divisi tra no e astensioni.

                  Al di là dell’apparenza bisogna fare molta attenzione ai numeri. In questa votazione non bastava vincere ma bisognava soprattutto inviare un messaggio. Il Parlamento ha infatti ridimensionato l’istinto più flessibile del testo della Commissione, ma adesso la palla ripassa proprio a Bruxelles. L’esecutivo comunitario dovrebbe ora recepire lo spirito degli emendamenti, anche se non è nemmeno detto che lo faccia, tanto che il commissario al lavoro Vladimir èpidla ha affermato chiaro e tondo che non intende rinunciare all’opt out. Poi la Commissione presenterà la direttiva ai ministri del lavoro dei 25 che si riuniranno a Lussemburgo il 3 giugno prossimo.

                    Qui la partita è in una posizione di stallo. Regno unito, Germania, Polonia, Slovacchia, Malta e Lettonia vogliono l’opt out e il massimo di flessibilità. Svezia, Francia, Spagna, Belgio, Grecia, Ungheria e Finlandia sono invece sulle posizioni di mediazione espresse ieri dal Parlamento. Tutti gli altri sono a metà strada – chi più di qua e chi più di là – tra i due blocchi. Dopo la discussione tra i 25 il testo tornerà nuovamente in Parlamento. La seconda lettura avverrà non prima dell’autunno (periodo pericoloso perché ci troveremo in Presidenza britannica), e allora l’Eurocamera potrà emendare definitivamente la direttiva solo con una maggioranza di oltre 367 deputati. Il voto di ieri, che supera nell’opt out questa soglia, acquista così un valore importante perché indica ai 25 e alla Commissione che non possono abbracciare ciecamente la flessibilità a tutti i costi pena l’affossamento della direttiva. Per mantenere la pressione sui governi e fare in modo che non ci siano cambi di posizioni dopo il referendum francese del 29 maggio, Cercas chiama alla mobilitazione i sindacati, le associazioni di lavoratori e quelle per l’uguaglianza tra uomo e donna. Ieri la Ces, la confederazione dei sindacati europei, ha salutato il voto del Parlamento. Pesanti critiche sono invece piovute dall’Unice, la patronale europea.