“EuroLavoro (4)” Inesausta bulimia

12/05/2005
    mercoledì 11 maggio 2005

    pagina 1o

    SPUNTO
    Inesausta bulimia

      CARLA CASALINI

        Ci sono ragioni che la ragione proprio non può intendere, e tra queste c’è sicuramente l’attuale discussione europea sul «limite» dell’orario di lavoro che si può pretendere di imporre, meglio «far accettare», al «singolo» lavoratore. Sembra non avere alcun nesso l’allungamento del tempo di lavoro con altre dotte dissertazioni che pure in sede europea sono state prodotte a proposito della new economy innervata dalle tecnologie informatiche e della comunicazione, sostenendo che tale trasformazione renderebbe obsoleta prima i tutto per il capitale la vecchia «misura» del tempo di lavoro. E invece si sta discutendo a Strasburgo e a Bruxelles, con acribioso bilancino da farmacista, tra le 48 ore ore settimanali e le 65 e oltre. Fino alle 168 ore che, sostiene Lipietz in questa pagina, sarebbero il «limite» realmente esistente oggi, ancor prima della nuova direttiva, sol che si usino tutte le possibili flessibilità che pertugi legislativi e porosità contrattuali potrebbero consentire.

          Ora, appare chiaro che l’economista francese è preoccupato che la discussione sull’orario possa piombare sulla Francia rafforzando il fronte del «no» al referendum sulla Costituzione europea, già alimentato dall’altra direttiva «sociale», la Bolkestein. Ma certo non può sfuggirgli, al di là di quel voto che lo preoccupa, l’assurdità in premessa di un dibattito concentrato su quanto tempo le imprese possano estorcere ai prestatori d’opera.

            Illuminante da questo punto di vista è la disquisizione all’europarlamento sul tempo del lavoro di «guardia»: su come si possa isolare al suo interno un tempo realmente «attivo» dentro la durata del lavoro: come se questo «lavoro» non consistesse esattamente, tutto, nell’attenzione e la tensione di chi a ogni momento deve entrare in azione.

              Qui c’è una spia, infatti, dell’«orario» ripensato come pura totale disponibilità del tempo di vita di donne e uomini da parte di chi li assume. Nell’era dell’economia della conoscenza si conferma il ruvido principio che chi «paga» il lavoro, si appropria di diritto, preventivamente, del «tempo» delle persone, da usare a propria discrezione.