“Euro 2″ Una partita da giocare (M.Deaglio)

18/04/2006
    marted� 18 aprile 2006

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      Una partita da giocare

        Mario Deaglio

          UN debito pubblico che cresce pi� rapidamente della produzione; una maggioranza troppo risicata per realizzare le riforme necessarie a far crescere la produttivit� italiana alla stessa velocit� di quella degli altri Paesi europei; la ricomparsa del �rischio Italia� sui mercati finanziari con un maggior onere per lo Stato tale da rendere ingestibile la finanza pubblica; e, in conseguenza di ci�, l’uscita dell’Italia dall’euro nel 2015, ossia alla fine della legislatura successiva all’attuale.

            Questo �futuro possibile� delineato ieri con evidenza dal �Financial Times� segue di pochi mesi un’analisi di analogo tenore di �The Economist� e la richiesta polemica del pi� diffuso quotidiano finlandese che l’Italia – indicata come Paese che non fa sacrifici – esca dalla moneta comune. A cavallo di due legislature e di due maggioranze, tutto ci� dimostra che il giudizio negativo sull’Italia � dettato da qualcosa di pi� strutturale, pi� profondo e pi� tecnico di una possibile antipatia della stampa internazionale per il passato governo e non pu� essere affrontato con un semplice rigetto e con un patriottico sventolio di bandiere.

              Questa non lusinghiera dimensione internazionale della situazione italiana viene trascurata, o del tutto ignorata, nel dibattito economico mentre dovrebbe essere trattata non gi� come un atto di malanimo bens� come un’ipotesi coerente con la quale ci dobbiamo confrontare.

                Dobbiamo apertamente riconoscere che il primo obiettivo della politica economica del prossimo governo non pu� non essere il recupero di una soddisfacente crescita della produttivit�, unica fonte stabile di una maggiore competitivit� del Paese. Non facciamoci illusioni: senza questo recupero scompariremo dalla scena economica e, proprio per questo, un simile obiettivo dovrebbe essere condiviso da maggioranza e opposizione, nei loro rispettivi ruoli.

                  Da queste premesse deriva la conclusione che politiche puramente redistributive, pur apparentemente ragionevoli, devono considerarsi del tutto inadeguate e che le politiche migliori sono quelle contemporaneamente redistributive e stimolatrici di produttivit�. L’aumento di produttivit� non si pu� ottenere soltanto con metodi tradizionali come le manovre fiscali. Sar� necessario eliminare, o, perlomeno, attutire alcune delle anomalie strutturali di questo Paese. Bisogner� quindi far molto di pi� di una, pur doverosa, riduzione del cuneo fiscale.

                    Non si potr�, a esempio, ignorare che una serie di servizi, dall’elettricit� alle libere professioni, hanno un costo nettamente pi� elevato in Italia che in altri Paesi concorrenti; che l’Italia spende di pi�, in proporzione al proprio prodotto lordo per la politica, lo sport, per certi sussidi all’agricoltura; che i tempi della giustizia (in particolare, in questo contesto, quella amministrativa) sono troppo lunghi; che gli studenti italiani escono dalle scuole superiori con una preparazione peggiore, in molte materie significative, della media degli studenti dei Paesi avanzati; e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

                      Se l’Italia affronter� questi problemi scomodi, nonostante le difformit� di vedute dentro la maggioranza, il �Financial Times� e �The Economist� avranno torto. Le previsioni negative sull’Italia sottovalutano infatti da sempre la capacit� del Paese di rispondere alle crisi. La stampa internazionale mostr� nel 1992 un pessimismo pari a quello di oggi, quando l’Italia fu costretta ad abbandonare il Sistema Monetario Europeo ed era pressoch� unanime la convinzione che non sarebbe riuscita a entrare nell’euro. E mezzo secolo fa ben pochi all’estero avrebbero scommesso sul miracolo economico italiano.

                        Occorre registrare alcuni segnali spontanei di miglioramento, per lo meno congiunturale, sui quali una politica di pi� lungo respiro pu� oggi contare. Le grandi imprese italiane, sia pubbliche sia private, si sono date, negli ultimi due anni, strategie credibili che dovrebbero por termine alla lunga uscita dell’Italia dai settori produttivi avanzati. Dalle imprese piccole e medie, dopo lo shock dell’�aggressione� cinese, si notano segnali di nuove iniziative, di pi� efficace resistenza, di inversione di tendenza. Banche e mercati finanziari devono ancora fare la loro parte ma si osserva qui una nuova consapevolezza della situazione. Abbiamo, insomma, ancora una partita da giocare; senza l’arrogante ottimismo del passato in cui credevamo di avere gi� vinto e senza il pessimismo viscerale di chi pensa che non ci sia pi� nulla da fare.

                          mario.deaglio@unito.it