“EtMaintenant” La guerra di Rutelli per la Cultura

04/05/2006
    gioved� 4 maggio 2006

      Pagina 6 – Primo Piano

      L’EX SINDACO SOFFIA IL MINISTERO A GOFFREDO, NEL ‘93 SUO GRANDE SPONSOR PER IL CAMPIDOGLIO

        La guerra di Rutelli per la Cultura
        E Bettini s’indign� con l’ex amico

          retroscena
          JACOPO IACOBONI

            LA voce all’altro capo del telefono era cos� robusta che l’hanno potuta sentire anche quelli che erano accanto al leader della Margherita. Con chi stava parlando – diciamo pure �discutendo� – al cellulare Francesco Rutelli l’altra sera? Chi era l’uomo che – raccontano nell’entourage dell’ex sindaco – gli ha chiuso il telefono stizzito, �prendo atto della tua decisione, Franc�, ma � una vergogna comportarsi cos�? Semplice: il suo ex kingmaker al Campidoglio, il diessino Goffredo Bettini, adirato perch� Rutelli avrebbe scelto di fare il vicepremier prendendosi per� anche la delega al ministero per i Beni culturali, che sembrava dovesse toccare a Bettini. Un tempo Goffredo era stato suo mentore, pi� che amico, l’uomo che nel ‘93 l’aveva proposto e aiutato per salire al Campidoglio; ma la gratitudine… vatti ad aspettare la gratitudine in politica.

              Raccontano che Rutelli l� per l� sia rimasto spiazzato. Bettini, narra chi ha raccolto le confidenze del capo della Margherita, gli ha detto �io non mi metto a fare intrighi per conquistare una poltrona, e poi proprio ai miei danni, Franc�?!�. � successo che fino a un paio di giorni fa il ministero dei Beni culturali sembrava se non appaltato, almeno indirizzato verso accoglienti sponde diessine: e in prima fila c’era appunto il capolista dei Ds in Senato. Il quale doveva s� superare la concorrenza di un paio di nomi come Giovanna Melandri e Dario Franceschini, o l’indipendente radical Alberto Asor Rosa, ma insomma, aveva �pi� che buone chanches di farcela�, per usare l’espressione di uno stretto collaboratore di Prodi. Un’operazione che, vista dal governo, aveva anche il senso di dare un segnale tangibile di collaborazione a Walter Veltroni, impegnato in una scommessa considerata vincente nella capitale; e certo non ostile alla prospettiva di avere un suo antico sodale come interlocutore al ministero.

                Non che ne facesse questione di vita o di morte, Bettini: � appena stato eletto senatore e per insediarsi a piazza del Collegio Romano dovrebbe dimettersi. Dovrebbe poi lasciare l’incarico amatissimo di presidente dell’Auditorium di Roma, la struttura-simbolo della nuova dimensione europea della capitale. A fine marzo, chi era invitato con lui a cena al meeting della fondazione ebraica Keren Hayesod, all’Hotel Exclesior di Roma, l’avrebbe potuto sentir chiacchierare con il diessino Umberto Ranieri, e spiegargli �non ho nessuna intenzione di lasciare il mio lavoro per Roma, neanche se mi offrissero il ministero dei Beni culturali, quello pi� vicino alla mia formazione e alla mia storia politica�.

                  E va bene la pretattica, ma si sa quanto Bettini fosse davvero legato al suo milieu romano, fatto di antiche passioni, antiche e nuove amicizie. Il resto della serata, per dire, era passato piacevole con il governatore Piero Marrazzo, il presidente della Confindustria Lazio Giancarlo Elia Valori, il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, in prima fila l’ambasciatore israeliano Ehud Gol, tra gli invitati uomini come Gianni Letta e il presidente della Confcommericio romana Cesare Pambianchi…

                    E tuttavia, incassata la vittoria il 9 aprile, e soprattutto la buona prova dei ds romani, ogni indizio andava in quella direzione: l’�adulto� del vecchio gruppo di Walter Veltroni Gianni Borgna e Nando Adornato (quei giovani comunisti romani che nel ‘74 organizzarono dalle parti del laghetto di villa Borghese un festival Figc lodato nientemeno che da PPP, Pier Paolo Pasolini), ecco, insomma, proprio Bettini sembrava a tutti un ottimo ministro della Cultura. Cosa � successo, dopo?

                      Bettini preferisce starsene in silenzio. Affida a un collaboratore una sola frase, �l’unica cosa che posso dire � che la mia scuola politica prevede di cercare le persone per i ministeri, non i ministeri per le persone�. Tuttavia, dinanzi all’accelerazione della procedura per il Quirinale, alla frenata conseguente nella composizione del governo, alla super-attivit� dalemiana nella Quercia, Francesco Rutelli ha maturato l’idea che un ministero come quello della Cultura sarebbe il migliore per �riannodare il rapporto con Roma�, un po’ affievolito a giudicare dal non esaltante 9 per cento ottenuto dalla Margherita in citt� alle politiche. Pazienza se, per ottenerne la delega, occorreva sacrificare l’antico mentore.

                        �I giochi per� restano aperti�, informa un ascoltato membro della segreteria Ds. �In dieci-quindici giorni pu� succedere di tutto�. Di certo, a Bettini devono essere tornate in mente le parole che scrisse un annetto fa in una lettera pubblicata in risposta a una missiva di Ingrao. Lodando l’esemplarit� della personalit� del vecchio Pietro, �l’uomo pi� rappresentativo della sinistra e della democrazia italiana�, Bettini rimpiangeva i tempi andati, quelli di PPP, della Roma approssimativa ma verace con gli amici, della politica fatta a rispettarsi e non tradirsi: �Non sai, Pietro, quanto avverta l’insufficienza mia e delle classi dirigenti dell’oggi. Di questa marmellata a ciclo continuo di frasi fatte, di telefonini che squillano, di autocelebrazioni mediatiche, di pubbliche relazioni senza contenuto che sono tanta parte della pratica politica che ha lambito anche noi�. La conversazione con l’ex amico Francesco non � stata, purtroppo, cos� alata.