ETICA E AFFARI / IL MEA CULPA DELLE MULTINAZIONALI, 30 marzo 2000, L’Espresso 30 marzo 2000

L’Espresso 30 marzo 2000



ETICA E AFFARI / IL MEA CULPA DELLE MULTINAZIONALI
Promessa, non saremo più negrieri

Shell. Nike. McDonald’s. Le aziende-simbolo della globalizzazione scoprono che il profitto non è tutto. Ma contano anche l’ecologia e il rispetto dei diritti umani. All’origine della svolta, la fortissima contestazione che corre su Internet. E che minaccia una nuova Seattle

di Paola Caridi

La PepsiCo se n’È andata dalla Birmania per non appoggiare il regime dei generali di Rangoon. La Nike ha de-

ciso di rivelare dove sono le sue fabbriche sparse per il continente asiatico, perché chiunque possa controllare salari e condizioni di vita. La Reebok è andata oltre, e lo scorso ottobre ha reso pubblico un rapporto molto critico sulle condizioni di lavoro dei suoi operai in Indonesia. La Shell, poi, si occupa sul suo sito Internet, con dovizia di particolari, della situazione ambientale nel delta del Niger. La McDonald’s continua il lavoro congiunto con associazioni ecologiste. E la Bhp, un colosso minerario in Australia, ha ammesso che l’impatto ambientale della miniera di Ok Tedi in Papua Nuova Guinea è stato «molto più grande e dannoso di quanto previsto».

Cosa succede alle multinazionali? Sono state colpite sulla via di Damasco dei diritti umani, civili e sindacali? A dire il vero, c’è qualcuno che in questi anni ha aiutato i manager di alcune tra le più grandi corporation a modificare il tradizionale approccio verso investimenti, profitti, immagine. E a tenere in più alta considerazione una nuova etica della produzione e del consumo. Il «qualcuno» è una massa indistinta, ma molto compatta di consumatori. Con un minimo comune denominatore che li lega: la Rete. È quella comunità virtuale che tutti pensavano esistere solo nel cyberspazio, e che invece si è fatta fin troppo reale nel dicembre scorso a Seattle per il summit dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto).

Prima di dare del filo da torcere alla polizia di Seattle, però, i cyberconsumatori avevano già dimostrato di contare attraverso le azioni di controinformazione e di disturbo in Internet. Uno strumento, la Rete, che con pochi soldi consente di raggiungere decine di milioni di utenti. Trasformando, così, il vecchio ecologista, il "consumatore etico", in una lobby trasversale. E straordinariamente efficace.

La conferma più eclatante la si è avuta, negli scorsi anni, con la battaglia condotta soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna per boicottare le multinazionali che avevano investito in Birmania. Era stata Aung San Suu Kyi, l’eroina birmana premio Nobel per la pace, ad avallare l’idea del boicottaggio come uno dei modi per isolare la dittatura dello Slorc, il Consiglio per la restaurazione della legge e dell’ordine che guida con pugno di ferro il paese del Sud-est asiatico. E la pressione sulle corporation, coordinata da Free Burma (www.freeburmacoalition.org), si è rivelata pesante. Numerosi marchi hanno deciso di andare via da Rangoon. Ditte come Carlsberg, Heineken, London Fog, Motorola, Apple Computer, Coca-Cola, Hewlett Packard, Walt Disney. E PepsiCo, il gigante delle bevande analcoliche che ha lasciato la Birmania nel 1997 dopo aver subito un duro boicottaggio condotto soprattutto nei campus universitari. E continuato a livello locale, nelle città e negli Stati americani.

Del potere moltiplicatore di Internet ne sa qualcosa anche McDonald’s, protagonista da dieci anni della più lunga causa civile in Gran Bretagna contro due militanti di London Greenpeace, niente a che vedere con la più blasonata associazione ecologista. Helen Steel e Dave Morris avevano distribuito un libretto, "What’s wrong with McDonald’s", che conteneva attacchi pesantissimi contro la più grande catena di fast food del mondo. Le accuse: irretire i bambini con la pubblicità, sfruttare i lavoratori impiegati, provocare danni all’ambiente e maltrattare gli animali. McDonald’s li ha citati. I due militanti hanno risposto scatenando il più grande battage contro una corporation che la Rete ricordi. Risultato: 35mila sterline (105 milioni di lire) raccolte nel cyberspazio per pagare le spese processuali, e un sito (www.mcspotlight.org) aggiornato da volontari sparsi per 22 paesi, visitato da milioni di navigatori, infarcito da ventimila pagine di materiale su MacDonald’s e non solo. Il gigante dell’hamburger, dal canto suo, festeggia nella Rete (www.macdonalds.com) i dieci anni di alleanza con l’Environment Defence Fund, un’associazione ambientalista americana. Precisa che «non compra carne proveniente da aree con foreste pluviali o recentemente disboscate», e fornisce le indicazioni nutrizionali sugli alimenti commercializzati nei suoi fast food.

Con la stessa tecnica si difende la Shell, che continua a essere attaccata dal 1995, per l’uccisione da parte delle autorità nigeriane di Ken Saro Wiwa e di altri otto militanti Ogoni, una delle popolazioni che vive sul delta del Niger. È sull’Eldorado nero nigeriano, una delle aree più generose di petrolio e gas naturale, che la Shell opera da anni. Dal 1999 e fino al 2004 ha deciso di investire 8 miliardi e mezzo di dollari in Nigeria. Ora, le pressioni della comunità virtuale hanno spinto il gigante petrolifero a rispondere in Rete agli attacchi, dedicando maggiore spazio alle questioni ambientali all’indirizzo www.shellnigeria.com.

Ma non sono solo le multinazionali e le imprese a porre una particolare attenzione alla cybercomunità politicamente impegnata. L’occhio di riguardo ce l’ha anche la Banca mondiale. L’organismo finanziario internazionale è contestato soprattutto per la partecipazione finanziaria alle grandi opere. Una di queste è il progetto dell’oleodotto che dovrebbe unire Ciad e Camerun. A un prezzo ambientale e sociale molto alto, però. La pressione in Rete è molto forte,tanto che alcuni dei protagonisti del progetto hanno deciso di abbandonarlo. E la stessa Banca mondiale non ha ancora preso una decisione definitiva sulla sua partecipazione. A Washington, peraltro, si teme una riedizione della protesta di Seattle a metà aprile, in coincidenza con la riunione di primavera della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale.

Tra i manifestanti della Seattle 2 non ci sarà, probabilmente, l’ala più dura della contestazione elettronica. Quelli che non scendono in piazza, ma preferiscono fare azioni di disturbo in Rete. Violando siti, bloccando accessi, infestando le pagine web di messaggi politici. Sono stati definiti «hacktivist» (da hacker e activist): pirati della Rete con un obiettivo politico, sociale, etico. Sono terroristi? Sono vandali virtuali? Oppure sono alla stregua di chi imbratta i muri delle città con le proprie rivendicazioni?

Non ci sono solo ragazzini di vent’anni a fare della pirateria impegnata. Il 21 ottobre scorso, il sito della tv francese Tf1 ha aderito alla «giornata contro Echelon» per il rispetto della privacy nella corrispondenza elettronica. Consisteva nell’intasare la rete con e-mail contenenti parole "sensibili" come "terrorismo" o "rivoluzione", perché il Grande Orecchio, che si allerta quando compaiono questi termini, andasse in tilt. Una volta si sarebbe chiamata disobbedienza civile. Ora è una protesta senza nome, chiusa nella solitudine di una casa e di un computer, contro un mondo troppo grande.

(30.03.2000)