Esselunga: prezzi corti e niente diritti

21/09/2007
    venerdì 21 settembre 2007

    Pagina 15 – Economia & Lavoro

    Esselunga prezzi corti e niente diritti

      Non solo problemi di orari e flessibilità esasperata, ma anche
      difficoltà per andare in bagno per i dipendenti del colosso

        di Giampiero Rossi/ Milano

        UOMINI Per il dipendente dell’Esseleunga c’è un momento della giornata in cui è possibile misurare se, agli occhi dell’azienda, si sta comportando bene. Non lo decide lui, lo decide la fisiologia umana: è il momento in cui gli scappa la pipì. Non è per niente scontato, infatti, che possa soddisfare quell’inevitabile bisogno. Prima, ovviamente, deve avvertire un superiore, perché non si può abbandonare – per esempio – una cassa di punto in bianco, con i clienti in coda. Certo che no. Ma il guaio, nei supermarket di proprietà di Bernardo Caprotti, è che per ottenere una sostituzione momentanea per andare in bagno occorre innanzitutto meritarsela. Perché le relazioni interne ai negozi Esselunga passano attraverso un rigoroso codice non scritto, secondo il quale chi non riga dritto deve essere colpito in tutti i modi. Anche quando la pipì diventa un’impellenza.

        I racconti della pipì all’Esselunga, infatti, potrebbero riempire un originale volume monografico. Sono decine i casi in cui al delegato sindacale o al giovane che ha commesso “l’errore” di iscriversi al sindacato, o di partecipare a un’assemblea o anche di aver rifiutato uno straordinario o una chiamata domenicale arrivata al sabato sera, sia stato negato per ore il permesso di allontanarsi. Con tanto di telefonate ai sindacati, certificati medici per cistiti (è successo al punto vendita bolognese di Casalecchio) esplose dopo la “punizione”.

        Il paradigma della pipì è la stella polare che indica la direzione in cui, da sempre, veleggiano i rapporti di lavoro all’interno della catena di supermermercati di Caprotti. Il principio è uno e molto semplice: i dipendenti devono essere a disposizione dell’azienda. «Il ragionamento di Caprotti – spiega Renato Losio, segretario generale della Filcams Cgil della Lombardia – è che il lavoratore deve fare quello che gli viene chiesto senza obiettare mai, altrimenti lasci perder quel posto». Giusto, ci mancherebbe che ognuno facesse quel che gli pare, ma il punto è che all’Esselunga questo principio si traduce in situazioni al limite dei diritti umani. Un esempio? Losio racconta il caso di una vertenza sorta attorno agli orari di lavoro di un panificatore alla dipendenze della catena di supermarket. Fare il pane, si sa, comporta orari terribili: inizio alle 4 del mattino. Ma l’azienda voleva di più, voleva che il ragazzo si rendesse disponibile a sfornare baguette da vendere fresche sui banconi anche verso sera. Gli orari di lavoro? «Se non gli piace alzarsi presto – è stata la risposta del management Esselunga – non faccia il panificatore». ma il punto era che Esselunga lo voleva disponibile fino alle quattro del pomeriggio. Dodici ore e poche storie: il pane serve a tutte le ore e assumere un secondo panettiere costa.

        Eccolo qui il cuore dei problemi per chi ha la fortuna di essere assunto da una catena di supermercati “gioiello” per i clienti e assai più ostile per i dipendenti. Anzi, dove l’ostilità è organizzata, dicono i sindacalisti che si scontrano da sempre contro il muro di gomma delle decisioni unilaterali. La “zona rossa” è l’incrocio tra orari di lavoro e flessibilità. Esselunga chiede, anzi pretende, ore e ore di straordinari, turni domenicali senza risparmio, disponibilità a una sorta di lavoro a chiamata istituito de facto molto prima che arrivasse la legge 30. In teoria si può sempre recuperare con qualche giornata di riposo: ma la regola interna è: «Se vuoi il recupero chiedilo e forse ti sarà dato». Ma è meglio esser cauti, perché troppa insistenza non è gradita e si paga. Con la tortura della pipì o con trasferimenti a turni o sedi sgraditi. E poco importa se, secondo i calcoli del sindacato, stabilizzare un po’ di precari comporterebbe un risparmio sul mostruoso monte ore straordinarie accumulate ogni anno. È successo più volte che i delegati sindacali siano stati addirittura licenziati, con motivi pretestuosi, e reintegrati dal giudice. I manager che si presentano agli incontri senza dire niente rinviano sempre la questione a un livello decisionale superiore. Cioè al padrone, Bernardo Caprotti. Uno che ha rimosso persino suo figlio Giuseppe dalla guida dell’azienda di famiglia perché accusato di avere vedute troppo aperte delle relazioni con il resto del mondo, lavoratori compresi.

        Ma il bello è che ad ogni giro di vite imposto alla sua piramide di capi e sottocapi, incaricati di far rispettare il codice da caserma, il patron di Esselunga si trova di fronte al dato, per lui indigesto, di un aumento costante del tasso di sindacalizzazione dei suoi dipendenti. La reazione di Caprotti? Praticamente “militare”. Come è accaduto a Pasqua, a Milano, quando di fronte alla “minaccia” di un presidio sindacale davanti al supermercato di viale Piave, ha fatto schierare all’ingresso una sorta di picchetto formato da dirigenti e “graduati” convocati a difesa (fisica) dell’azienda.