Esselunga, il supermarket dei lavoratori senza voce

05/12/2007
    mercoledì 5 dicembre 2007

      Pagina 16 – Economia & Lavoro

      Esselunga, il supermarket
      dei lavoratori senza voce

        I sindacati del commercio lanciano una campagna
        per sensibilizzare i clienti della grande distribuzione

          di Giampiero Rossi/ Milano

          CIVILTÀ Manifesti dall’umorismo amaro per «dare voce a tanti giovani lavoratori che vorrebbero gridare ma non possono farlo e allora si rivolgono a noi». Così i sindacati del commercio della Lombardia e della Toscana lanciano una campagna di sensibilizzazione pubblica sui diritti dei lavoratori della grande distribuzione. Si comincia da Esselunga, azienda simbolo sia per quanto riguarda i supermercati sia, purtroppo, per la negazione di diritti elementari con metodi da caserma. A Milano e a Firenze appariranno manifesti con lo slogan «Esselunga, diritti corti», accompagnati da presidi davanti ai punti vendita della catena di Bernardo Caprotti . la più presente in Lombardia con 120 punti e circa 10.000 dipendenti . e ai clienti saranno distribuiti opuscoli informativi.

          «Non chiederemo di cambiare supermarket ma di guardare a quei lavoratori con occhi diversi – spiega il segretario della Filcams-Cgil Lombardia Renato Losio – in questi ultimi anni si è parlato di flessibilità e precarietà nel lavoro in termini di difficoltà di progettare un futuro, mancanza di copertura previdenziale e salari bassi. Non si è invece indagato su come sono cambiate le condizioni di lavoro: la fragilità del rapporto ha reso più deboli i singoli, oggi più ricattabili. Spesso – prosegue Losio – a questi lavoratori, in gran parte ragazze e ragazzi al primo impiego, viene chiesto di essere sempre disponibili, di obbedire, di annullarsi. Se tentano di rivendicare i loro diritti rischiano di perdere il lavoro o almeno di essere puniti in termini di turni e permessi. Per questo ci chiedono di iscriversi al sindacato senza trattenuta, per non farlo sapere all’azienda».

          Un esempio? «Ho visto un collega affannarsi a disporre succhi di frutta negli scaffali a ritmo folle – racconta un delegato sindacale, Andrea Sciarabba, che nonostante la giovane età non ha paura a prendere posizione – gli ho chiesto, perché lavori così affannato? E lui mi ha risposto che aveva paura che lo mandassero alla cassa». Una mansione di lavoro, dunque, vissuta dai lavoratori (e utilizzata dall’azienda) come una sorta di cella di isolamento. Perché, in effetti, chi sta alla cassa, in Esselunga, non ha diritto di muoversi (neanche per andare al bagno se non autorizzato e l’autorizzazione viene gestita come premio o punizione) e nessuna possibilità di avere contatti con i colleghi. Proprio per questo spesso ci finiscono i delegati sindacali.

          Dietro a queste situazioni, lontane da un clima di civiltà del lavoro, si cela un problema di rapporti di lavoro: i circa 17.000 dipendenti Esselunga in tutta Italia hanno contratti a termine o comunque flessibile nel 70% dei casi. E sempre il 70% di loro lavora part-time, che li penalizza in termini di turni. «Di solito ai lavoratori part-time toccano tutte le chiusure serali e i semifestivi – raccontano i delegati – considerando che nella maggior parte dei casi si tratta di donne con figli, questo è un vero problema per loro».

          I sindacati definiscono Esselunga, «la punta di un iceberg»e intendono occuparsi anche di quanto avviene nelle altre catene della grande distribuzione: «Il clima è analogo, persino nelle Coop – precisano sia a Milano che a Firenze – non useremo toni offensivi e continueremo a usare slogan ironici, ma la protesta sarà precisa e verranno fatti i nomi e i cognomi delle aziende».