Esselunga, critiche vietate

19/06/2002
          19 giugno 2002



          Esselunga, critiche vietate

          Pugno di ferro della famiglia Caprotti: licenziati due dipendenti
          Attacco ai diritti Il licenziamento è avvenuto perché i due lavoratori avevano osato criticare sul sito Internet della «Casa della cultura» la politica del lavoro della Esselunga.


          LUCA FAZIO


          MILANO
          Gentilissimi clienti…Cosa succederebbe in
          Esselunga, azienda leader nella grande distribuzione, 12 mila dipendenti, più di 100 punti vendita, oltre 3,36 miliardi di euro di fatturato, se scomparisse l’articolo 18? Quasi niente, verrebbe da dire. Perché già adesso il colosso della famiglia Caprotti (presente in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia e Toscana) se ne infischia persino dell’articolo 1, quello che garantisce il diritto di manifestare almeno il proprio pensiero nei luoghi di lavoro. Ne sanno qualcosa due dipendenti dei supermercati di piazza Ovidio e via Bergamo, licenziati perché hanno osato criticare Esselunga sul sito internet della Casa della Cultura di Milano. «Questa non è un’azienda ostile ai lavoratori, è un’azienda che organizza l’ostilità», spiega Giovanni Gazzo, segretario della Uiltucs-Uil di Milano, che segue la vicenda degli ultimi licenziati in casa Esselunga. E sono molti anche i lavoratori che decidono di andarsene. «Ho fatto sei anni in quella galera…ho lavorato 6 giorni su 7 in una cifra di Esselunga diverse: i primi due anni ogni giorno potevo andare in un supermarket diverso anche se era dall’altra parte della tangenziale…mi è capitato la domenica di alzarmi nel panico di essere in ritardo, per poi capire che era il mio giorno di riposo…e ora si lavora anche di domenica», racconta Davide sul sito www.chainworkers.org.

          Il sindacato adesso ha impugnato i due clamorosi licenziamenti e questa mossa, apparentemente elementare, può incrinare la tesi dell’invincibilità di Esselunga sul piano legale, fama che l’azienda ha saputo conquistarsi tra i suoi dipendenti grazie a sperimentate tattiche psicologiche e ricattatorie e a turni di lavoro massacranti. «Questi sono segnali forti di limitazione della libertà e vanno respinti con forza da qualsiasi parte arrivino», si legge su un volantino che qualche giorno fa, quasi clandestinamente, veniva allungato ai passanti davanti ad alcuni supermercati. Una piccola azione sindacale, condotta sul marciapiede ma a debita distanza dagli ingressi, che nemmeno ha sporcato il magico mondo bio sapientemente reclamizzato dall’azienda.

          I miliardi spesi in pubblicità (belle) dicono quanto sia importante l’immagine per gli strateghi del marketing Esselunga, azienda leader anche nel sapersi presentare nel migliore dei modi. Messaggi subliminali compresi, denuncia Fabio Sormani, il segretario della Filcams-Cgil Lombardia che ha letto attentamente News di Esselunga di giugno: «Sotto un titolo innocuo, in un altrettanto innocua rubrica, appare nella foto di una bella spiaggia estiva una copia ripiegata de Il Sole 24 Ore con il titolo La Cgil sciopera da sola. Il Governo: una scelta ideologica». L’azienda di Caprotti fa anche politica? Si direbbe di sì, a partire da una cena pro Berlusconi che poco prima delle ultime elezioni servì a raggranellare qualche soldo per la campagna elettorale. Una scelta che potrebbe spiegare l’occhio di riguardo (assegnazioni di aree dismesse) che la giunta del sindaco Albertini ha sempre avuto per la famiglia Caprotti. Compromettente? Tutt’altro. L’azienda, grazie a un brillante accordo con Ctm altromercato (pecunia non olet), adesso sovrappone anche il suo logo a quello di uno storico marchio del commercio equo e solidale. Come dire, gentilissimi clienti, guardate come siamo solidali con i lavoratori che faticano, nell’altro mondo. Eppure, il 5 luglio uscirà un libro edito da Sensibili alle Foglie che, nel suo piccolo, di Esselunga racconterà tutta un’altra storia.