Escono dalle catacombe i riformisti Cgil

02/02/2005

    mercoledì 2 febbraio 2005

      RIVINCITE. A PESARO PAGARONO IL NO A COFFERATI, ORA SI GODONO IL SÌ A FASSINO

      Escono dalle catacombe i riformisti Cgil

      Hanno talmente vinto che non vogliono stravincere. «Non ci sarà nessuna mozione o corrente dei riformisti della Cgil, dentro il partito», assicurano al Botteghino. Certo è che, nel sindacato più grande d’Italia i giochi si aprono subito dopo la fine del congresso dei Ds, quello che si terrà dal 3 al 5 febbraio. Agli inizi del 2006, infatti, si terrà anche il congresso della Cgil. E, in vista di quella data, molte cose cambieranno.

      L’area che si riconosce nelle posizioni più marcatamente riformiste dentro la Cgil e che ha votato compatta per la mozione Fassino, però, non canta vittoria, si limita a registrare, più che un clima, il frutto di un lavoro svolto, in questi tre anni. Tre anni difficili. Gianni Copelli, segretario della Camera del Lavoro di Piacenza, parte da lì: «Non ci siamo andati volontariamente, nelle catacombe, ci hanno messi lì. Eravamo in 49, al congresso di Pesaro, in tutt’Italia e io ero solo, in Emilia. Oggi il quadro è ribaltato. Mi sento in buona compagnia, nel mio territorio e sul piano nazionale. Ma la cosa più importante è che cambino le scelte di fondo. La Fiom veniva da due contratti separati, ora la scelta sua e della Cgil porta a una piattaforma unitaria, questa è una vittoria. Costruire un sindacato riformista vuol dire avere i piedi per terra e conoscere bene la propria organizzazione, capacità e limiti, senza demagogismi». Certo però che i numeri, messi nero su bianco, sono miele per le orecchie riformiste. Li snocciola Cesare Damiano, responsabile Lavoro dei Ds ed uno degli allora sparuti 49 che si opposero a Cofferati a Pesaro, finendo isolati. 2100 i dirigenti sindacali della Cgil, un migliaio quelli della Uil, poche decine in Cisl i firmatari della mozione Fassino. La mozione Mussi ne conta 1200, ma sono tutti concentrati nella segreteria nazionale (dove hanno votato per Mussi in sei su nove, due ex cofferatiani sono passati con Fassino e tre non sono iscritti ai Ds) e in lieve vantaggio nelle categorie, dove il Correntone conta tra gli altri sui segretari di scuola, agroindustria e Funzione Pubblica. Fassino “solo” su quelli di Trasporti ed Edili. Ma i dati dei delegati Cgil pro Mussi non sono più stati aggiornati da mesi e, scendendo pe’ li rami, la maggioranza dilaga tra i segretari di Camere del lavoro e regionali. La mozione Salvi, infine, esibisce il segretario Fiom Gianni Rinaldini, quella Bandoli il segretario degli Edili Franco Martini. Che, peraltro, non si sente affatto un panda: «Avrei preferito un congresso a tesi e spero che la Cgil si orienti su quelle, per il suo. Non mi piace la logica del contarsi prevalsa fin qui, rischia di far dimenticare i meriti delle questioni. Lavoro e sviluppo sostenibile sono le stelle polari del mio impegno». Impegni pesanti, per il prossimo futuro del sindacato di corso Italia ma improrogabili. Aldo Amoretti, presidente dell’Inca Cgil e riformista storico, chiede «fatti concreti», di fronte a un governo che rifiuta il metodo della concertazione, «anche con gli altri. Sindacati e parti sociali, Confindustria in testa». Il progresso nel dialogo unitario c’è «ma è ancora fragile», dice, «sia nelle commissioni sul modello contrattuale che nello stabilire come confrontarsi con la politica. Ci vuole piglio programmatico e unitario».

      Agostino Megale, presidente dell’Ires Cgil, non ha dubbi: «Lentamente la Cgil torna a “fare sindacato” e si spoglia di inutili massimalismi, ma manca ancora una strategia. Sulle politiche contrattuali e una nuova idea di welfare siamo ancora agli anni ’90, dobbiamo invece porci il problema delle risorse e di come reperirle. Serve coraggio». Anche Fabrizio Solari, segretario generale Trasporti, non cerca «rapporti morbosi» ma «un approccio riformista vincente che tuteli meglio gli interessi dei lavoratori. Ora è possibile riprendere il cammino interrotto ma che parta da un approccio pragmatico. Sull’articolo 18, ad esempio, dopo una battaglia giusta è il tempo di discutere come adattare la flessibilità del lavoro, che non è precarizzazione, al nuovo mondo». Curioso ma Achille Passoni, ex cofferatiano doc e responsabile Welfare, firmatario con la Rocchi e molti altri dirigenti sindacali della Cgil della “lettera dei 22”, batte sullo stesso tasto: «La flessibilità va bene, la precarietà no, ma su contrattualizzazione del lavoro e classificazioni professionali il sindacato ha accumulato lacune e ritardi. Vanno recuperati». Teresa Bellanova, membro della segreteria dei Tessili diretta da un’altra riformista doc, Valeria Fedeli, al partito chiede di spingere sulla Federazione e al sindacato di rafforzare il profilo unitario. Buoni spunti di programma, per i Ds. Vengono dagli ormai molti riformisti, storici e neofiti, molti giovani e qualcuno anziano, dentro la Cgil: più che usciti dalle catacombe oggi si godono la luce del sole.