Era pronto in Confindustria il ribaltone contro D’Amato

22/05/2002

19-05-2002, pagina 30, sezione ECONOMIA


 
 
 
Il piano per il 23: verifica della maggioranza e scelta di Pininfarina. Ma la crisi Fiat lo ha fatto saltare
Era pronto in Confindustria il ribaltone contro D’Amato

GIORGIO LONARDI

MILANO – Un presidente sempre più solo, Antonio D’ Amato. Un presidente che non piace alla Fiat e ora dispiace anche a Cesare Romiti. Uno che ha rotto da tempo con i suoi predecessori al vertice di Confindustria (solo Luigi Lucchini continua a manifestargli un tiepido appoggio) e che oggi si sorregge sul consenso di una base composta da piccole e piccolissime imprese. Ma ora D’ Amato, dopo le bordate di qualche settimana fa a Parma quando ammonì l’ esecutivo a non fare marcia indietro sull’ articolo 18, sta creando un forte imbarazzo all’ interno stesso del governo. È dunque in questa cornice che in una serie di incontri e di cene consumati fra Roma, Torino e Milano è maturata l’ idea che si poteva anche provare a cambiare presidente in corsa. Certo, D’ Amato è stato riconfermato da circa un mese ma le preferenze ricevute sono risultate appena 77 mentre sommando i 29 contrari ai 9 astenuti e ai 57 assenti si raggiungono 87 voti. Numericamente, dunque, i margini ci sarebbero. Fra i più determinati Paolo Fresco e Cesare Romiti, sempre meno in sintonia con Antonio D’ Amato. Ma negli ultimi tempi la lista degli avversari si è allungata sempre di più annoverando ex alleati come Emma Marcegaglia, Andrea Mondello e Edoardo Garrone. Gli appunti al presidente sono parecchi. Tuttavia l’ accusa di fondo è quella di aver impantanato Confindustria (e ora anche il governo) in un insistito braccio di ferro sull’ articolo 18 con tanto di scioperi e perdite di denaro. In molti sono convinti che Antonio D’ Amato non cercherebbe mai un compromesso e gli rinfacciano quella mancanza di duttilità indispensabile al capo di una grande organizzazione imprenditoriale. «Se D’ Amato resta ancora in sella», commenta amareggiato il leader di un grande gruppo, «fra un anno non ci sarà più la Confindustria ma una sorta di SuperConfartigianato». E allora? La resa dei conti doveva scattare alle 15 di giovedì prossimo 23 maggio, subito dopo l’ assemblea di Confindustria, al momento della riunione della Giunta. Il piano dei «congiurati» (non sbagliate troppo ad arruolarvi i più bei nomi dell’ industria italiana) era semplice. Si doveva alzare in piedi un expresidente di Confindustria di abile eloquio e salde conoscenze giuridiconormative (un identikit che calza a pennello sulla persona di Luigi Abete) chiedendo un voto per verificare se la presidenza, eletta con soli 77 voti, aveva o meno la maggioranza. A questo punto difficilmente D’ Amato si sarebbe potuto sottrarre ad un voto. O almeno questa era l’ opinione dei frondisti altrettanto convinti di poter mettere in minoranza il leader. Il passo successivo sarebbe stata l’ acclamazione di un nuovo presidente. Ed è su questo punto che l’ operazione ha iniziato ad arenarsi. Il prescelto, infatti, era Andrea Pininfarina, imprenditore giovane e combattivo con una bella esperienza confindustriale come presidente di Federmeccanica. Peccato, però, che Pininfarina non voglia lasciare la sua azienda per trasferirsi a Roma. Eppure questa obiezione era stata già considerata. A convincere Pininfarina, anzi quasi a «costringerlo» a diventare presidente facendo leva sullo spirito di servizio, e su decenni di collaborazione industriale doveva essere Paolo Fresco o più probabilmente Gianni Agnelli. Negli ultimi giorni, però, la deflagrazione della crisi Fiat ha fatto tramontare definitivamente l’ operazione. Antonio D’ Amato, dunque, rimane ancora in sella e deve solo temere il progressivo disimpegno della grande impresa da Confindustria.