Equosolidale: prima vendono poi ti spiegano dove vanno a finire i soldi

20/09/2005
    lunedì 19 settembre 2005

      EQUOSOLIDALE. INDAGINE DELLE UNIVERSITA’ CATTOLICA E BICOCCA DI MILANO SUL MODELLO DI COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

        Le botteghe prima vendono poi ti spiegano dove vanno a finire i soldi

        "Il commercio equo e solidale: analisi e valutazione di un nuovo modello di cooperazione internazionale", è il titolo della ricerca curata dal Centro di Ricerche sulla Cooperazione dell’Università Cattolica di Milano e dal Dipartimento di Economia Politica dell’Università di Milano Bicocca, in collaborazione con Agices. La ricerca quantificherà la dimensione economica dell’equosolidale in Italia, disegnerà la struttura di alcune filiere significative, l’impatto sui produttori e alcuni suggerimenti su un possibile trattamento legislativo premiante per il settore. Dalle prime anticipazioni sull’attuale condizione del settore,è emerso che, nonostante esista da venti anni, il commercio equo e solidale, lungi dall’essere un campo affermato e con una fisionomia ben definita, è una realtà ancora in piena evoluzione che sta attraversando una fase di sviluppo lenta ma costante.

          Grazie a questo tipo di crescita, l’equosolidale sta sviluppando una struttura molto particolare fatta di associazioni che rimangono di medie dimensioni ma che danno vita a gruppi che si inseriscono capillarmente sul territorio, garantendo un saldo radicamento alla base associativa e allo sviluppo nella dimensione locale. Tuttavia, la dimensione più importante rimane sempre l’impegno e le possibilità che le associazioni
          offrono alle piccole comunità nel Sud del mondo, alle quali vengono garantiti l’accesso al mercato per i loro prodotti, l’accesso al credito,
          sviluppo locale e servizi, surrogano l’intervento statale per finanziamenti, ma assicurano anche uno scambio di competenze costante. In particolare, per produttori del Sud del mondo, il commercio equo garantisce una sorta di blocco all’oscillazione dei prezzi di mercato, ma anche e soprattutto un modello di sviluppo e insieme di assistenza tecnica, di crescita territoriale che si auto-sostiene senza supporto pubblico.

          Come dato significativo dell’evoluzione del settore, la ricerca riporta tutti i dati riguardanti lo sviluppo della rete delle botteghe del mondo, i punti vendita del commercio equo e solidale. Alla fine del 2004 erano 347, ma si contano quasi 500 punti vendita considerando quelle organizzazioni che ne gestiscono più di uno. Il ruolo sociale delle botteghe si conferma molto rilevante: sono 543 le persone giuridiche socie delle botteghe del mondo in Italia ma le persone fisiche che aderiscono al progetto sono oltre 58mila. Prima del 1990 le organizzazioni che gestivano botteghe erano 29, il picco di nuove costituzioni è stato raggiunto dopo il 2000 con la costituzione di 192 nuove realtà, il 55% del totale. Il 52% di esse giuridicamente è un’associazione, il 24% una cooperativa, il 16% una cooperativa sociale, configurando il commercio equo come una realtà non profit sotto tutti gli aspetti, compreso quello dei bilanci. I costi affrontati superano infatti di circa 121mila euro gli oltre 54milioni
          di euro di ricavi che le botteghe hanno dichiarato nell’anno di rilevamento.

          Oltre alle attività di vendita, il core business delle botteghe, esse risultano fortemente impegnate nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica, attraverso una notevole attività di informazione volta a promuovere progetti di cooperazione e a generare sostegno alle attività delle ong del territorio. La vendita al dettaglio dei prodotti del Sud del mondo
          rappresenta l’86% dei ricavi delle botteghe ma impegna l’82,9% dei costi. Il margine positivo che si registra in questa voce di bilancio va tutto nell’attività di sensibilizzazione che non dà utili e rappresenta oltre il 5% dei costi sostenuti dalle botteghe.Da meno di un anno oltre cento tra deputati e senatori italiani di tutti gli schieramenti hanno dato vita a Aies, Associazione interparlamentare "Equo e solidale": "Sono nostri interlocutori privilegiati – spiega Grazia Rita Pignatelli, presidente di Agices – e siamo sicuri che sapranno partecipare al percorso di approfondimento ma anche rispettare e valorizzare al meglio le indicazioni che arriveranno dagli operatori dell’equosolidale italiano". "L’Aies è -commenta Adriano Poletti, presidente di Fairtrade TransFair
          Italia – l’unico marchio di certificazione dei prodotti equosolidali nel nostro Paese – contemporaneamente, un importante punto di arrivo e
          di partenza. Di arrivo perché è il frutto di un lungo lavoro di promozione, portato avanti con impegno e sensibilità sia nella società civile che in
          ambito politico. Di partenza perché attraverso questa Associazione sarà,
          ci auguriamo, possibile arrivare a una legislazione italiana che riconosca finalmente l’esperienza storica del Commercio Equo e Solidale, le sue
          diverse articolazioni e la sua duplice funzione: da un lato essere un’originale forma di lotta alla povertà fondata sul commercio, dall’altro favorire, qui da noi, una più matura consapevolezza sulla situazione di sottosviluppo in cui versano tanti e tanti Paesi del Sud del Pianeta".

          Gli studiosi procederanno nei prossimi mesi all’ approfondimento dei dati raccolti e a quantificare le conseguenze di questo impatto positivo, approfondendo le principali filiere del fair trade a partire dai casi studio
          delle banane e del caffé. La ricerca dovrebbe essere ultimata entro la fine del 2005.