Epifani: va fermata l’offensiva contro i diritti dei lavoratori

15/10/2010

Domani la grande manifestazione di Roma e ieri sera il ministro Maroni va in scena a Porta a Porta, con Bruno Vespa, per annunciare «elevato rischio» e possibilità di «infiltrazione di gruppi violenti». Guglielmo Epifani, che chiuderà la giornata romana, commenta:
«Strano che il ministro esprima le sue preoccupazioni in televisione e solo dopo con il sindacato. Non capisco le sue dichiarazioni all’ultimo momento, se sia un modo per scaricare responsabilità o altro. Gli chiedo solo di lavorare al massimo, per quanto gli compete, per prevenire incidenti e garantire l’ordine pubblico».
Comunque, chiediamo a Guglielmo Epifani,comevi sentite? Sotto osservazione?
«Diciamo intanto che la manifestazione è una manifestazione sindacale e che sindacale resta, pur sapendo della forte presenza di movimenti. Ho già detto: se succedesse qualcosa sarebbe una giornata persa per far valere le nostre ragioni. Il nostro impegno, perché violenze non ci siano sarà assoluto, perché sappiamo bene che esistono limiti invalicabili: non si scagliano candelotti,non si invadono le sedi degli altri. Non si può essere ‘non violenti’ e poi giustificare certi atti, che rappresentano l’opposto del confronto che noi ricerchiamo sempre. Non esistono due verità. Di verità ce n’è una sola: la nostra dice che è inaccettabile la violenza».
Veniamo ai contenuti. Su che cosa punterà nel suo discorso, che sarà probabilmente il suo ultimo da segretario della Cgil?
«Al cuore del discorso deve stare ancora la denuncia della grave crisi che stiamo attraversando e dell’uso che se ne sta facendo per colpire i diritti dei lavoratori, deve stare la denuncia dell’assenza di una politica che dia risposte alle necessità di tante persone, in condizioni drammaticamente pesanti. Basterebbe rileggere i dati della cassa integrazione, della disoccupazione, i numeri del precariato, rileggere le storie di tante aziende a rischio chiusura, ascoltare le proteste di contadini come in Sardegna e di operai un po’ ovunque, riflettere sui rapporti della Caritas a proposito di povertà. Mentre il governo appare allo sbando, da un lato incapace di affrontare i nodi di una politica che aiuti le famiglie, che sostenga il lavoro, che dia stimolo agli investimenti, dall’altra dominato nelle sue strategie da due obiettivi: un ferocissimo controllo del bilancio pubblico e l’attacco sistematico ai diritti dei lavoratori. Di fronte a questa alternativa, mi pare che si sia rotto, in parte almeno, quel patto che l’impresa aveva stipulato con il governo. Si cominciano ad avvertire scricchiolii, che la Marcegaglia cerca con cautela di rappresentare e che sono in realtà ben più numerosi. Come e l’impresa avesse dapprima considerata giusta una linea di grande rigore, che la mettesse al riparo dalla tempesta finanziaria, contando poi su una ripresa più rapida e sostenuta. Invece cresciamo pochissimo e si avverte al tempo stesso la divaricazione tra la spinta alle attività produttive decisa negli altri paesi e il nulla o quasi proposto dal nostro governo».
La vicenda dell’università è emblematica di un governo diviso… «Siamo al paradosso perché il minimo del minimo che il governo aveva promesso per sistemare un po’ di ricercatori e garantire un filo di prospettiva viene bloccato dalla rigidità della manovra di Tremonti».
In compenso ci hanno regalato il federalismo…
«Il federalismo è una impresa a grande rischio, perché con una politica così rigida di bilancio anche le risorse necessarie per un federalismo solidale non sembrano alla portata. Ne parlerò e parlerò naturalmente della vicenda dei precari, in particolare della pubblica amministrazione, dell’attacco al contratto nazionale, dell’attacco ai diritti dei lavoratori…».
Lei lascia, mentre appaiono assai difficili i rapporti tra la Cgil e la Cisl e tra la Cgil e la stessa Fiom…
«Con la Fiom non direi, perché per quanto riguarda il contratto nazionale la strada imboccata dalla Fiom sia giusta e che la scelta di Federmeccanica sia inaccettabile oltre che assai delicata. A proposito di Pomigliano, anch’io penso che non ci fossero le condizioni per firmare, ma non perché ci chiedessero di lavorare di più,ma perché pretendevano di mettere sotto controllo i comportamenti delle persone in un modo che va al di là di diritti indisponibili anche per il sindacato. Siamo convinti però che per superare questa situazione serva una proposta che ci consenta di rientrare nel gioco di una revisione della riforma contrattuale. Con una nostra proposta saremmo tutti più forti, sarebbe più forte la Fiom».
Qualcuno accusa: protesta debole, serve lo sciopero generale.
«Ne abbiamo appena fatto uno. E poi ricordo la manifestazione della Cgil di novembre. C‘è un’altra necessità, quella di tenere unito il fronte rivendicativo. Dobbiamo tenere temi e obiettivi come il rinnovo della cassa integrazione, la crisi industriale, la condizione dei precari, la richiesta di politiche industriali, la questione del peso fiscale per i lavoratori indipendenti e per i pensionati, il rispetto dei diritti contrattuali, contro le deroghe e l’accordo di Pomigliano… Non siamo come nel 2001, quando l’attacco fu su un punto soltanto, sull’articolo 18. Siamo di fronte a una politica che rischia di far precipitare le condizioni dei lavoratori». Rischiando di trovarvi senza interlocutori. «Siamo in una fase di assoluta incertezza nell’azione del governo…
Ma non è che possiamo fermarci, perché comunque il governo procede: vedi il collegato sul lavoro con l’arbitrato che potrebbe diventare nella sostanza quasi obbligatorio».
Il suo personale bilancio?
«Sono diventato segretario in una fase di divisione, ho lavorato per ricomporre l’unità. Mi ritrovo a fare i conti con un’altra forte divisione. E questa è la cosa che più mi rammarica. Siamo di fronte a una profonda lacerazione sul ruolo del sindacato. Anche se esistono altri segnali: in fondo sono stati firmati unitariamente cinquanta contratti e si fanno ancora scioperi insieme. Certo che iniziative come di sabato scorso della Cisl non aiutano. Quando c’erano tutti i presupposti perché in piazza sul fisco si scendesse assieme».
Che cosa manca?
«Mancano momenti di confronto con i lavoratori. La paura di confrontarsi nei luoghi di lavoro fa male alla ripresa dell’unità».