Epifani: un passo ora, sgravio da 500 euro E ritiriamo lo sciopero

01/02/2010

«I dati sulle dichiarazioni dei redditi pubblicati ieri dal Corriere dimostrano che è urgente intervenire. Il carico fiscale è eccessivamente squilibrato, a danno di lavoratori dipendenti e pensionati. Non possiamo aspettare tre anni, come vorrebbe il ministro dell’Economia Tremonti», dice il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani.
Quindi per ora conferma lo sciopero generale del 12 marzo?
«Sì, uno sciopero per sollecitare la riforma del fisco e immediati sgravi a favore di lavoratori dipendenti e pensionati, per misure contro la disoccupazione e per una politica dell’accoglienza verso gli immigrati».
Se ci fosse uno sgravio fiscale potreste fermare lo sciopero?
«È evidente che se il governo aprisse un tavolo e prendesse l’impegno a restituire subito una parte del prelievo fiscale, ad aumentare il massimale della cassa integrazione e a confrontarsi sull’accoglienza, la Cgil ne trarrebbe le conseguenze e valuterebbe la possibilità di fare marcia indietro sullo sciopero».
Ma perché volete scioperare per la riforma del fisco, se è stato proprio Tremonti a dire che il sistema lo vuole rivedere da cima a fondo?
«Perché non bastano le parole. Nel 2009 dipendenti e pensionati hanno pagato un punto in più di tasse. Se passano altri tre anni senza che il governo faccia nulla, ne pagheranno altri tre. Se alla fine, nel 2013, ci dovessero dare qualche sgravio, forse non sarebbe neppure la restituzione di quanto nel frattempo abbiamo pagato in più. Va bene aprire la discussione sulla riforma di sistema, ma intanto bisogna fare qualcosa ora».
La Cgil ha una proposta precisa?
«Sì. Ci vuole una restituzione in busta paga e sulle pensioni che sia in media di 500 euro netti a testa, entro aprile, attraverso una detrazione aggiuntiva. Poi bisogna impostare una riforma che riequilibri il carico fiscale. Non è possibile che siamo l’unico Paese senza una tassa sulle grandi fortune. È necessaria un’aliquota unica del 20% sulle rendite finanziarie mentre sempre al 20% va abbassata la prima aliquota Irpef che ora è del 23%».
E sulla cassa integrazione?
«Bisogna far salire il tetto, perché non si può vivere troppo a lungo con 700 euro al mese, e va raddoppiata la durata dell’indennità di disoccupazione».
Ma con tutti questi scioperi, per di più senza Cisl e Uil, che ottenete?
«Di scioperi generali la Cgil, da quando c’è il governo Berlusconi, ne ha fatto uno solo, nel dicembre 2008, quando denunciammo la valanga che stava per abbattersi sull’occupazione. E un altro lo abbiamo proclamato per il 12 marzo. C’è poi una vertenzialità diffusa nelle categorie e nei territori per la crisi».
Anche qui la Cgil segue una condotta tutta sua. Non avverte il rischio di una linea senza sbocchi? Al contrario di quello che lei voleva quando disse che avrebbe risindacalizzato la Cgil?
«No. Cisl e Uil hanno scelto la linea di non disturbare il manovratore, la Cgil no. Ma, per quanto ci riguarda, si tratta di una scelta che parte dal merito sindacale. Isolati? Tra poco daremo i dati sul tesseramento 2009. Aumentiamo ancora gli iscritti tra i lavoratori attivi».
Lei parla di scelte sindacali, ma la Cgil non ha mai firmato un accordo col governo Berlusconi.
«Perché non ci sono stati tavoli. L’unico è stato quello sulla contrattazione, dove non potevamo firmare, così come su altri temi abbiamo opinioni diverse».
Però con quel modello accettato da Confindustria e dagli altri sindacati si stanno rinnovando tutti i contratti, paradossalmente anche con la firma della Cgil. Forse gli altri avevano ragione?
«No. I contratti che sono stati rinnovati hanno portato nelle tasche dei lavoratori più di quanto previsto dalle regole sottoscritte da Confindustria, Cisl e Uil e questo grazie all’impegno della Cgil».
Se fosse come dice lei, Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, verrebbe contestata dalla base, ma così non è.
«Il fatto è che le categorie hanno trovato le soluzioni più adeguate al loro caso, smentendo l’impostazione centralistica della contrattazione prevista dalle nuove regole».
Sempre secondo quanto dice lei, i lavoratori alla fine ci guadagnano se il sindacato è diviso.
«In generale l’unità ci rende più forti, soprattutto per fronteggiare le crisi occupazionali, ma in alcuni casi il pluralismo è segno di vitalità. Ci vogliono però regole certe sulla rappresentatività».
A proposito di regole, l’opposizione interna (metalmeccanici, funzione pubblica e bancari) l’accusa di voler far pesare di più il voto dei pensionati a suo favore nel congresso di maggio.
«È un’accusa infondata, un paradossale abbaglio. La commissione di garanzia ha deciso un’interpretazione del regolamento che non muterà nella sostanza l’equilibrio tra la maggioranza e minoranza».
Con i suoi oppositori si è schierato anche il suo predecessore, Sergio Cofferati. Ci è rimasto male?
«In parte sì, perché non ne vedo le ragioni di merito. E poi non è mai avvenuto che un ex segretario si sia schierato nel congresso».
Torniamo ai pensionati. Non crede sia sbagliato appoggiarsi troppo su di loro? Così si farà pure massa critica, ma si continua a perdere rappresentatività fra i giovani, come ha scritto sul «Corriere» Dario Di Vico.
«La Cgil da 8 anni continua ad aumentare i propri iscritti fra i lavoratori attivi e mantiene stabili quelli fra i pensionati. In quest’ultima categoria abbiamo oltre due milioni e mezzo di tessere su 15 milioni di pensionati. Nel pubblico impiego rappresentiamo il 33% dei lavoratori, tra i metalmeccanici siamo maggioritari e siamo il primo sindacato in tutte le altre principali categorie. Che poi negli anni ci sia stato un calo del tasso di sindacalizzazione è vero, ma questo ha colpito di più i Paesi con un modello di sindacato corporativo, come la Germania, e meno i sindacati scandinavi e quello italiano».
Non può negare che finora la Cgil, come gli altri sindacati, abbia difeso di più gli interessi dei pensionati che quelli dei giovani precari?
«Ma i pensionati negli ultimi anni non hanno avuto nessuna risposta. Inoltre, noi siamo l’unico sindacato che ha proposto da un lato un aumento dell’età pensionabile e dall’altro il blocco dei coefficienti di trasformazione che penalizzerebbero le pensioni dei lavoratori giovani. Che poi ci sia una difficoltà a far proseliti tra i precari è evidente, perché questi sono disincentivati a iscriversi temendo di perdere il posto. Così come è difficile rappresentare i lavoratori più deboli che stanno nelle piccole imprese dove il sindacato non c’è».
Il Papa chiede attenzione ai lavoratori e cita i casi di Termini Imerese e di Portovesme. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, dice che il management deve mostrare senso di responsabilità, dopo aver incassato per anni i sostegni pubblici.
«Sì, ma il governo non si può tirar fuori. Ha molti strumenti per indurre una multinazionale come l’Alcoa a non chiudere gli stabilimenti. E per la Fiat deve ottenere o che ci ripensi e tenga aperto Termini o trovare valide alternative».
Se l’alternativa fosse l’arrivo di un produttore automobilistico cinese?
«Davanti a un progetto serio che mantenesse e sviluppasse produzione e occupazione, la Cgil sarebbe favorevole».