Epifani teme una trappola e prepara nuovi scioperi

13/01/2004


13 Gennaio 2004

retroscena
Roberto Giovannini

Epifani teme una trappola e prepara nuovi scioperi

ROMA
SCRICCHIOLA subito, alla prima curva, l’unità sindacale sulle pensioni? L’interrogativo è legittimo: nella conferenza stampa a Palazzo Chigi al termine del confronto col governo, a un Savino Pezzotta che giudicava «non inutile» l’incontro, replicava un Guglielmo Epifani che ribadiva l’«inconciliabilità» delle posizioni di governo e sindacati. E soprattutto, oggi la Cgil non parteciperà all’incontro di avvio del tavolo su welfare e assistenza, cui invece ci saranno Cisl e Uil. Un appuntamento «che abbiamo chiesto noi», dicono Pezzotta e Luigi Angeletti, e che invece per il leader cigiellino «è sospetto».
In casa Cgil c’è chi fiuta odore di trappola. Secondo alcuni autorevoli dirigenti, la sensazione è che Cisl e Uil si stiano accingendo già a precostituire una linea di ritirata dalla contrapposizione dura con l’Esecutivo, anche se non si teme un accordo separato sulla falsariga del «Patto per l’Italia». Si sa che il governo accetterà alcune delle richieste delle confederazioni di modifica della riforma delle pensioni, ma si sa anche che sulla «polpa» – ovvero l’innalzamento dei requisiti per il pensionamento di anzianità – è difficile immaginare concessioni. Alla fine, quando gli emendamenti saranno messi nero su bianco – dicono in Cgil – Cisl e Uil confermeranno il loro giudizio negativo sulla riforma, ma diranno anche che in ogni caso qualche risultato positivo è stato conseguito, che il danno è stato limitato. E probabilmente, al tavolo sul welfare – che pure riguarda eventuali interventi da varare con la Finanziaria del 2005 – ci saranno ulteriori concessioni. Magari, «girando» sulle politiche assistenziali eventuali risparmi conseguiti sulla spesa previdenziale. Quanto basta per lasciare sola la Cgil a tenere alta la bandiera del «no totale» alla riforma a suon di scioperi e manifestazioni, mentre «gli altri» si limiteranno ad appellarsi al Parlamento per correggere ulteriormente la delega. Di tutto questo si è parlato ieri in segreteria Cgil, che alla fine ha varato una nota in cui si annunciano «nuove iniziative di mobilitazione», «soprattutto se i punti cardine della delega previdenziale non avranno modifiche». Il segretario generale non condivide del tutto le interpretazioni catastrofiste: come ha detto ai suoi, «non drammatizzo, ma non minimizzo».
Da Cisl e Uil si nega recisamente ogni volontà di separarsi dalla Cgil, anche se si conferma che ieri al tavolo di Palazzo Chigi Epifani ha insistito perché si arrivasse a una rottura col governo. La strategia dei sindacati di Pezzotta e Angeletti, si afferma, non cambia: l’obiettivo è quello di far cadere – di fatto – la delega sulle pensioni, ma più attraverso un lento logoramento che con spallate. Guadagnare tempo, arrivare più vicino possibile alle scadenze elettorali, fino a indirizzare la delega su un «binario morto» parlamentare. Vero è che nella riunione della segreteria Cisl che ha seguito il vertice di Palazzo Chigi diverse voci si sono levate per ribadire la necessità di procedere con Cgil e Uil. E alla fine è stata diffusa una nota di spirito molto «unitario». In ogni caso, come spiega il segretario confederale cislino Raffaele Bonanni, la Cgil ha sbagliato a decidere di non presentarsi al tavolo sul welfare: «così – dice – si è dato un segnale di una divisione nel sindacato che va molto al di là di quello che è davvero».
Clima tranquillo, invece, nella Uil. Un autorevole dirigente del sindacato di Angeletti afferma che gran parte dei problemi dipende dal clima dei rapporti tra i tre segretari generali, che si parlano poco e sono sempre troppo all’erta nei rapporti personali. Insomma, nessun pericolo di divisione: come spiega il numero due Adriano Musi, se il governo va avanti con la riforma, «il giudizio finale non potrà che essere negativo; se ci saranno modifiche, il giudizio sarà un po’ meno negativo». Anche Musi, comunque, stigmatizza la scelta Cgil di non iniziare a negoziare sul welfare: «nel governo e nella maggioranza ci sono idee diverse, e sbattere la porta in faccia è un errore».