Epifani sul fronte della sconfitta annunciata

17/06/2003






    martedì 17 giugno 2003

    Conferenza stampa di otto minuti. La strategia del doppio binario del leader che ha portato il suo sindacato sulla barricata del referendum e a trattare con Confindustria

    Epifani sul fronte della sconfitta annunciata

    Il segretario Cgil: dico la verità, mi aspettavo questo risultato. Ma rifarei quello che ho fatto

      ROMA – Guglielmo Epifani ha appena chiuso una delle conferenze stampa più veloci (8 minuti) della recente storia della Cgil. Sta uscendo e un cronista gli si para davanti: «Segretario, se l’aspettava un risultato così?». Il numero uno della Cgil ha solo qualche secondo di incertezza e poi risponde: «Vuole che le dica la verità? Sì, me l’aspettavo». Poco più in là aggiunge: «Rifarei quello che ho fatto. E’ stata una decisione meditata a lungo. E dovunque sono andato ho trovato il consenso della nostra gente». C’è da credergli. E’ difficile, infatti, pensare che un dirigente sindacale dal tratto pragmatico come Epifani potesse pronosticare una vittoria dei sì. Del resto è stato proprio lui, solo qualche giorno prima dell’apertura delle urne, a ricordare come a scuole chiuse nessun referendum è riuscito a superare il quorum. Per cui ora può ben dire che «non ho mai parlato di raggiungimento di percentuali, ho solo chiesto "molti milioni di sì". E li ho avuti». Dunque il segretario della Cgil sapeva che la sua organizzazione avrebbe perso (una collaboratrice giura che le aveva indicato anche le proporzioni, 25-26%), eppure ha accettato di bere l’amaro calice. Perché? I suoi critici sostengono che lo ha fatto per non entrare in contrasto con le strutture, sia centrali sia di categoria, schieratissime con il sì. Le stesse strutture che lo avevano eletto, primo ex socialista della storia, come numero uno della confederazione. Il diretto interessato non la racconta così, la scelta è stata fatta «in coerenza e continuità» con le lotte per abolire l’articolo 18. Non c’era alternativa. E la dimostrazione Epifani la trova nell’analisi del voto. «In Toscana ci sono un milione di sì, che rappresentano grosso modo l’elettorato del centrosinistra. E la stessa cosa è avvenuta in molte altre aree. I sì sono più larghi dove la sinistra è più forte». Insomma, il referendum non l’abbiamo scelto noi, ci siamo limitati a portare il popolo della sinistra nei seggi elettorali. E questa differenza, secondo il leader della Cgil, spiega perché il promotore Fausto Bertinotti dica di aver perso e il sindacato rosso possa sostenere, in apparente contraddizione, che «per noi non è stata una sconfitta».
      Nella testa di Epifani, però, sin dal primo momento il sì al referendum non avrebbe dovuto ostacolare l’opera di risindacalizzazione della Cgil, riposizionando il sindacato rosso più a ridosso di Cisl e Uil e addirittura riprendendo a firmare accordi con il padronato. Nelle settimane che hanno preceduto il referendum il successore di Sergio Cofferati ha tessuto la tela di un’intesa con la Confindustria di Antonio D’Amato, un patto per la competitività delle imprese che dovrebbe essere siglato a metà di questa settimana e che chiederà al governo interventi a sostegno della politica industriale. «E’ passata la nostra analisi del declino – dice il segretario – La crisi dell’industria italiana non dipende dal mercato del lavoro e dai costi, ma dai ritardi sull’innovazione e sulla specializzazione produttiva». Sarà vero o no che la Cgil è riuscita a imporre la propria egemonia culturale, di sicuro chi ricorda le accesissime contese tra Cofferati e D’Amato non avrebbe mai creduto che Cgil e Confindustria potessero sottoscrivere lo stesso pezzo di carta. Per avere il quadro delle novità tattico-diplomatiche introdotte dal nuovo segretario, bisogna aggiungere che in questi mesi Epifani è uscito dal bunker e ha instaurato rapporti proficui sia con Walter Veltroni (non è sfuggita ai più la scelta del sindaco di Roma di andare a votare) sia con Massimo D’Alema, che sul referendum aveva accarezzato l’idea di andare a votare anche per non isolare la Cgil.
      Ma la politica del doppio binario – sì al referendum e accordo con la Confindustria – inaugurata da Epifani funzionerà davvero o si rischia il deragliamento? A vedere le facce di ieri in Cgil il clima è teso. Subito dopo il numero uno è sceso in sala stampa un altro segretario confederale, Achille Passoni, considerato un cofferatiano doc, che ha diffuso una sua dichiarazione della serie «ve l’avevamo detto». Ma il contenzioso con Epifani non è solo sul passato (il referendum), è anche sulle prossime mosse (l’intesa sulla politica industriale). I cofferatiani sostengono che si tratta di un regalo a D’Amato e di una trappola. Cisl e Uil vogliono, infatti, che dall’accordo tra le parti sociali si passi a un vero negoziato con il governo con l’idea di approdare a una rivisitazione del Patto per l’Italia. Che la Cgil non firmò. Epifani, in merito, è molto prudente. Non vuole un vero negoziato e soprattutto non è disponibile a scambi. «Che nessuno pensi di poter dare più soldi alle imprese togliendo risorse allo Stato sociale. Non è tempo di accordi con il governo. Vogliamo avere le mani libere e vedere come sarà la prossima Finanziaria».
      Si apre, dunque, nella Cgil una fase di confronto serrato e forse anche aspro? «Non credo – risponde Epifani – Ci sarà della dialettica, ma quella buona e fisiologica. E comunque si vedrà al direttivo di lunedì». Dove si discuterà anche di un’altra iniziativa: le due ore di sciopero contro i decreti attuativi della riforma Biagi che la Cgil ha proclamato in splendida solitudine. C’è quindi materia per una discussione ad ampio raggio e i più attenti tra gli osservatori di casa Cgil segnalano come si stia creando un’oggettiva convergenza tra due gruppi, i cofferatiani doc e i riformisti-fassiniani, che in passato si erano combattuti. Non è un caso che ieri Antonio Panzeri, il segretario milanese capofila dei riformisti, abbia dichiarato che «è stato un errore schierare la Cgil per il sì» e che la
      confederazione «deve riflettere» e ridefinire i suoi obiettivi.
Dario Di Vico