Epifani stretto tra moderati e Fiom

28/06/2007
    giovedì 28 giugno 2007

      Pagina 13 – Economia

        Epifani stretto tra moderati e Fiom
        "Intesa sì ma non a qualunque costo"

          E alla fine la Cgil restò unita nella sfida sulla previdenza

            ROBERTO MANIA

            ROMA – «Vogliamo fare l´accordo perché ce n´è bisogno. Ma non qualsiasi accordo». Guglielmo Epifani, leader della Cgil, è appena risalito nella sua stanza al quinto piano del palazzone color salmone di Corso d´Italia. La riunione del Comitato direttivo (il parlamentino confederale) si è conclusa con un aggiornamento a sabato, quando – forse – si sarà diradata la nebbia calata sul negoziato per la riforma delle pensioni. Nella lunga notte di Palazzo Chigi è stato lui ad alzarsi per primo: «Così non va bene. Così non si può andare avanti», ha scandito rigettando l´ultima proposta del governo con l´aumento dell´età pensionabile gradualmente ma costantemente fino a 62 anni. Poco dopo le tre del mattino se n´è andato (letteralmente) aspettando una nuova proposta dell´esecutivo e «dell´intera maggioranza». Cioè anche di Rifondazione comunista e del gruppo rosso-verde. D´altra parte è l´Unione che si è infilata nel tunnel dello scalone quando ha scritto nel suo programma elettorale che si deve «eliminare l´inaccettabile gradino che innalza bruscamente e in modo del tutto iniquo l´età pensionabile».

            E ieri il Direttivo ha dato ragione a Epifani. Chi si attendeva lacerazioni, drammatizzazioni, è rimasto deluso. Certo, quella sulle pensioni è una partita delicata, tendenzialmente esplosiva, ma nella Cgil non c´è la tensione delle grandi svolte delle passate stagioni: quelle sulla scala mobile, nell´84 e nel ´92, o, ancora, della riforma Dini del ´95 bocciata dai metalmeccanici della Fiom. Paradossalmente la frammentazione del quadro politico a sinistra (con partiti che nascono, alleanze in fieri, e nuove potenziali scissioni) "costringe" i dirigenti sindacali a fare soprattutto il loro mestiere. Tanto che ieri il parlamentino di Corso d´Italia non si è distratto neanche per un istante per seguire il discorso di Walter Veltroni al Lingotto di Torino. Non solo perché in tanti stanno più a sinistra.

            Così, anziché che lo scontro possibile tra la maggioranza di Epifani, che va dai democrats ai mussiani, e l´ala massimalista, asserragliata nella Fiom, si sono viste le divisioni all´interno delle minoranze. A cominciare dalla contrapposizione tra "governisti" e "movimentisti" di Rifondazione comunista. Ferruccio Danini, storico sindacalista iscritto al Prc, amico di Fausto Bertinotti, è stato ripetutamente interrotto nel suo intervento dalle delegata delle presse della Fiat Jole Vaccargiu, che fa riferimento alla componente Rete 28 aprile di Giorgio Cremaschi, l´area che strizza l´occhio ai Cobas di Pietro Bernocchi. «Vi aspettiamo tutti a Mirafiori», ha gridato mentre Danini sosteneva che nessun governo nel passato aveva aumento le pensioni basse e difendeva la linea di Epifani. Commentava in serata Danini: «Loro (riferito alla pattuglia dei cremaschiani, ndr) non vogliono nessun tipo di accordo».

            Tuttavia la "sindrome dello scavalco" a sinistra c´è eccome in Cgil. Molti ricordano il precedente del ´96 sulle 35 ore. «Ma francamente – dice Marigia Maulucci, segretario confederale, senza tessera di partito – non intendo passare la vita a vedere cosa fa Rifondazione comunista, se mi scavalca o meno a sinistra. Se si fa l´accordo spetta al governo difenderlo anche ricorrendo al voto di fiducia. E poi: si può rincorrere un partito in difficoltà?». Ma dice di più Maulucci. Quasi "veltronianamente" sostiene che «lo scalone, per carità, è importante e delicato, ma noi vogliamo parlare a tutto il mondo del lavoro». E le possibili contestazioni? «Quando si sceglie e ci si assume le responsabilità, c´è sempre il rischio di contestazioni. Bisogna metterle nel conto».

            E sono proprio le contestazione sulle quali scommette il movimentista Cremaschi: «Le bocciature saranno clamorose. Avremo altre Mirafiori. Precipiterà tutto in un momento. La strategia del congresso di Rimini, quello del "patto di legislatura" con Prodi, è fallita: il sindacato si è trasformato in una lobby politica-sociale. Per questo credo che si debba anticipare il congresso». Ma nemmeno Cremaschi crede alla forza del veto di Rifondazione e alle conseguenze nel sindacato: «La Cgil sa che se i sindacati firmano, Rifondazione se l´ingoia l´accordo. Ciò che preoccupa è il dissenso che esploderà nelle fabbriche». C´è andato molto più cauto Gianni Rinaldini, leader della Fiom, critico nei confronti del Pd di Veltroni e vicino alla Sinistra democratica, che chiede il ripristino delle vecchie pensioni di anzianità (57 anni con 35 di contributi) e considera inevitabile lo sciopero generale solo se si andrà alla rottura con il governo. Così la pensa anche Nicola Nicolosi, anch´egli di area Rifondazione ma leader di un altro pezzo di minoranze, Lavoro-Società, dove è in atto uno scontro per l´eventuale sostituzione in segreteria confederale di Paola Agnello Modica (indipendente Pdci). Insomma non è proprio dall´arcipelago delle minoranze (ben che vada può raggiungere nel Direttivo il 15-20 per cento dei voti) che possono venire i problemi per Epifani. Bisogna guardare da un´altra parte: «Nel ´92 – spiega Achille Passoni – la Cgil aveva contro il governo, la Cisl e la Uil. Oggi no. Questa volta i sindacati sono uniti. Questa volta è il governo ad essere diviso». Da lì arrivano i problemi, dicono a Corso d´Italia.