Epifani: se c’è la guerra, fermiamo il Paese

17/03/2003

            domenica 16 marzo 2003
            Epifani: se c’è la guerra, fermiamo il Paese
            Il governo ci ha isolato in Europa e non si assume la responsabilità di una posizione chiara

            Carlo Brambilla
            MILANO La Cgil, il più grande sindacato
            dei lavoratori italiani, è da ieri
            il punto di riferimento principale
            del movimento della pace nel nostro
            Paese. Anche perchè ieri la sua
            capacità di mobilitazione ha superato
            «ogni previsione». E il suo segretario
            generale, Guglielmo Epifani,
            nel comizio di chiusura della gigantesca
            manifestazione di Milano, lo
            ha di fatto comunicato al mondo
            con una frase inequivocabile, indirizzata
            direttamente al Governo:
            «Deve sapere che alle prime bombe il Paese
            si fermerà e i lavoratori, unitariamente,
            esprimeranno in questo modo il netto
            rifiuto alla guerra».
            Certo, Epifani non ha dato l’annuncio ufficiale
            di un possibile sciopero generale.
            Nulla è stato ancora proclamato, ma da
            Milano è partito comunque un messaggio forte
            e risoluto: l’anticipazione di una battaglia sul
            «fronte della pace» che potrebbe
            portare a una storica fermata unitaria del lavoro,
            perchè «è ormai arrivato il momento di dire
            da che parte si sta»: o con la pace o dalla parte
            di una guerra sbagliata, terribile, inevitabilmente
            portatrice di lutti e di pericolosissime
            divisioni nel pianeta.
            E il mondo del lavoro ha scelto, senza se e
            senza ma, la pace come l’unica strategia
            politica vincente anche contro la minaccia
            del terrorismo.
            Presentatosi, alle 14, puntualissimo
            in piazza del Duomo, infilatosi
            alla testa di uno dei tre cortei che
            hanno letteralmente invaso ogni angolo
            della città, come fiumi in piena,
            Epifani ha subito spiegato il senso
            grande e profondo della manifestazione:
            «Riaffermare nel segno della
            continuità con la mobilitazione
            di un anno fa a Roma – l’indimenticabile
            raduno di San Giovanni a difesa
            dell’articolo 18 – la perfetta verità
            di un teorema: pace fa binomio
            con diritti». E anche allora fu una
            manifestazione che si opponeva alle
            scelte restauratrici del Governo.
            Esattamente un anno dopo, la
            posta si è alzata in modo vertiginoso
            e ieri il sindacato ha ancora una
            volta chiamato in causa l’esecutivo
            con grande semplicità: il mondo del
            lavoro ha scelto di opporsi alla guerra,
            mentre il Governo e il suo Premier
            latitano. Ecco le parole precise
            pronunciate dal palco sistemato di
            fronte alla Stazione Centrale, che
            hanno raccolto il prolungato, dirompente,
            applauso di una folla ormai
            immensa: «Il Presidente del
            consiglio ha detto di lavorare per la
            pace. Se così fosse, avrebbe una scelta
            obbligata: dire di no alla guerra e
            tenere l’Italia, i suoi uomini, i suei
            mezzi, le basi civili e militari fuori
            dalla guerra». Il boato di consenso
            copre la voce di Epifani che fatica a
            continuare. Scandisce rivolgendosi
            direttamente a Berlusconi: «Ma noi
            sappiamo che dice una volta una
            cosa e ne pensa un’altra». Nuovo
            boato. Ancora: «Il Governo italiano
            ha sbagliato due volte: quando rompendo
            il fronte europeo si era schierato
            dalla parte dell’intervento, e oggi
            che di fronte a un Paese che non
            è d’accordo, cerca di dire e non dire,
            di accontentare chi pensa alla
            guerra e chi si batte perchè continua
            a sperare nella pace».
            È il tempo delle scelte. Epifani,
            lungo i due chilometri del corteo a
            chi lo avvicinava, ai giornalisti che
            chiedevano commenti e chiarimen
            ti, ha sempre ribadito questo semplice
            concetto. Lo stesso che esporrà
            due ore dopo alle centinaia di migliaia
            di lavoratori: «Non ci muoviamo
            per antiamericanismo. No, è la
            razionalità politica, l’etica della
            responsabilità, la fede nel confronto e
            nella democrazia che sostengono
            oggi il no alla guerra. Non certo
            l’ideologia antiamericana». In altre
            parole è stato l’annuncio ufficiale
            che il mondo del lavoro non starà a
            guardare, non subirà passivamente
            scelte che potrebbero rivelarsi
            catastrofiche.
            Epifani scandisce ancora: «La pace è
            il primo diritto, come del resto recita
            la nostra Costituzione che ripudia
            la guerra».
            Di più: «Non c’è una sola ragione
            etica, giuridica, morale politica che
            giustifichi un intervento armato in
            Iraq».
            Dunque se la situazione, come
            drammaticamente sembra,
            precipitasse, se il Governo non dovesse
            prendere atto che la maggioranza del
            popolo italiano è contro l’intervento,
            non resterebbe altra strada che quella
            di una forte mobilitazione.
            E «contro una guerra sbagliata,
            illegittima e dannosa» si opporrebbe
            con tutta la sua forza e con la forza della
            sua storia il movimento dei lavoratori, alzando
            la bandiera «della Costituzione, in difesa
            dell’interesse nazionale».
            E se ciò dovesse accadere davanti all’Europa
            e al mondo «il Governo si condannerà
            a essere minoranza nel Paese,
            a tradire la lettera della Costituzione
            e a non fare gli interessi della
            comunità nazionale».
            È il momento delle scelte! O difendere
            l’interesse autonomo dell’Italia
            e dell’Europa o stare dalla
            parte di una «guerra che porta lutti,
            risentimenti, instabilità, emigrazione
            forzata, una guerra che alza muri
            fra culture e popoli». Epifani non
            usa toni barricaderi, non enfatizza
            parole che comunque suonano come
            definitive. La condanna al terrorsimo
            internazionale è netta, quell’11
            settembre non può essere dimenticato,
            eppure l’amministrazione
            americana ha il dovere di feramrsi
            e di riflettere: «Ma come si fa a
            non vedere che tutta l’opinione pubblica
            europea è contro la guerra, come
            lo è forse la stessa maggioranza
            dei cittadini americani? Come si fa
            a non ascoltare le parole della Chiesa
            e del suo Pontefice»? Il movimento
            dei lavoratori e il suo maggiore
            sindacato hanno scelto la pace, hanno
            scelto di assumersi tutte le responsabilità.
            Epifani: «Lo facciamo
            anche in coerenza con la battaglia
            intrapresa sui diritti, perchè pace e
            diritti non sono due temi diversi.
            Chi lo pensa o agisce di conseguenza,
            come fa il Governo con i suoi
            provvedimenti, è un perfetto reazionario
            (articolo 18), illiberale (tfr
            che si vuole sottrarre ai lavoratori),
            classista (riforma Moratti sulla scuola),
            conservatore (mancato innalzamento
            dell’età dell’obbligo scolastico),
            iniquo (fisco), centralista (umiliate
            le risorse di Comuni e Regioni)
            e assolutamente scandaloso
            quando approva norme come la
            Bossi-Fini».
            La marcia partita un anno fa da
            San Giovanni a Roma è ieri passata
            per Milano. Ma è un movimento
            destinato a diventare sempre più
            grande: «Un movimento che – promette
            Epifani – guiderà enormi mobilitazioni
            di massa che nessuno potrà
            oscurare o far finta di non vedere.
            E la Cgil è orgogliosa di farne parte».