Epifani: ritirino anche la delega

11/09/2003




11 Settembre 2003
Epifani: ritirino anche la delega
«Non sarà un bonus per acquistare i frigo a rimettere in moto la congiuntura
Questo non è degno di un Paese serio»
Marina Cassi

TORINO
La delega del governo sulle pensioni «deve essere ritirata». Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani – intervistato dal direttore de «La Stampa», Marcello Sorgi alla Festa dell’Unità di Torino – ribadisce la linea del suo sindacato e aggiunge: «Non ci accontentiamo del minor danno, quella delega per noi non va bene». Così replica alle dichiarazioni del ministro Maroni che ha ribadito che gli interventi sulle pensioni saranno contenuti nella delega.
E sull’ipotesi di incentivi per indurre i lavoratori a proseguire nell’attività spiega alla affollata platea: «Non abbiamo contrarietà di principio nei confronti delle misure di incentivo volontario, però dobbiamo discutere quali. Se poi non sono utili o addirittura dannose allora non le riconosciamo. La nostra posizione è ben diversa da quella della Confindustria che è completamente in disaccordo e vuole ritoccare la riforma».
Ma il tema delle pensioni è solo uno dei terreni sul quale in questa ripresa autunnale il più grande sindacato italiano misura la sua capacità di ottenere consensi e risultati. Il tema di fondo rimane quello che è da mesi il cardine dell’azione della Cgil, il declino del Paese. Epifani non si rallegra che anche dalla Confindustria di D’Amato sia arrivata una preoccupata analisi della situazione economica. Commenta: «Dicono adesso quello che noi diciamo da due anni e cioè che l’Italia scivola indietro e che questo governo non ha una sola idea utile per il rilancio dello sviluppo, per le politiche industriali». Aggiunge con ironica amarezza: «Non sarà qualche bonus per acquistare un frigorifero o un mobile che rimetteranno in moto l’economia. Queste non sono cose degne di un paese serio e la cosa mi amareggia».
Epifani disegna un’analisi preoccupata della situazione: «I prezzi corrono e le famiglie di lavoratori e di pensionati fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese. Non è demagogia, ma una realtà che sento raccontare e che vedo ogni giorno girando per l’Italia». Incalza: «I prezzi devono essere messi sotto controllo e devono scendere perché pensioni e salari non crescono e la gente sta peggio. Il governo non fa nulla, non ha idee e se lo si lascia libero di fare produce dei disastri e io non voglio che tra tre anni la gente stia ancora peggio di adesso».
E un’analisi così preoccupata della realtà e delle prospettive non può sottrarsi – anche su sollecitazione di Sorgi – dal fare i conti con il tema dell’unità del sindacato che nella sua unità troverebbe maggiore forza per opporsi al declino. Epifani racconta che ha scritto a Pezzotta e Angeletti: «Chiedo un’ora, due ore e un tavolo per discutere nel merito». Ricorda le lacerazioni del Patto separato per l’Italia e del contratto separato dei metalmeccanici, ma aggiunge: «Io sono per provare ancora, per fare ogni tentativo per recuperare un’intesa e per avviare una mobilitazione unitaria». Prosegue: «Se Cisl e Uil sono disponibili è un bene, se no la Cgil si muoverà da sola perché non possiamo stare fermi. Non voglio che mai un solo lavoratore mi possa dire: “Non hai fatto nulla per difendermi”».
In tema di rapporti unitari – in risposta a una domanda del direttore de «La Stampa» – si sofferma sui fischi ricevuti da Pezzotta a Bologna alla Festa nazionale dell’Unità: «Non mi piacciono i fischi, credo che tutte le opinioni si debbano rispettare e che questo rispetto debba essere reciproco. Non vedo il motivo, però, per fare polemiche. Come ho detto l’unità deve ripartire dal merito delle questioni».
Sorgi ha invitato il segretario della Cgil a una riflessione sulla vicenda del referendum sull’articolo 18 e Epifani ribadisce la linea scelta allora. Spiega: «Quel referendum non lo volevamo, ma c’era e, anche se in modo improprio, poneva un problema di allargamento dei diritti. Era impossibile dare l’indicazione di non andare a votare». E conclude: «Non ho mai pensato che si raggiungesse il quorum; ma la Cgil non poteva lasciare milioni di persone senza un riferimento».