Epifani rilancia: «Per il lavoro serve un piano straordinario»

06/05/2010

Un impegno straordinario, un piano per un triennio e che affronti «la priorità delle priorità»: il lavoro e l’occupazione. Dal palco di Rimini, dove apre il XVI congresso della Cgil, Guglielmo Epifani illustra la proposta per invertire la rotta e recuperare quel milione di posti di lavoro andati perduti dall’inizio della crisi più grave del dopoguerra. «Lasciata a sé stessa oggi la dinamica di mercato distrugge il lavoro», dice. Occorre intervenire ora, «un secondo tempo non c’è». Il suo è un piano di tipo keynesiano, con incentivi fiscali per chi investe, un allentamento del patto di stabilità degli enti locali soprattutto per favorire tante micro opere infrastrutturali. La riapertura del turn over nella scuola, nelle università e nelle amministrazioni pubbliche. Riconversione alla green economy. È il perno del suo intervento fiume( un’ora e40 minuti).Ad ascoltarlo c’erano tutti i possibili interlocutori. In prima fila Gianni Letta e Maurizio Sacconi per il governo, tutti i leader dei partiti di opposizione. C’erano Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti e a anche l’ex segretario dell’Ugl Renata Polverini. Dietro di loro Emma Marcegaglia, per l’esordio di un presidente di Confindustria a un congresso Cgil. Quando la speaker fa i loro nomi (e bada a farli molto velocemente) partono i fischi, ma non dalla platea. La contestazione, che rompe il protocollo di cortesia, viene dagli spalti dove sono seduti gli invitati al congresso, lavoratori non delegati. Più tardi Epifani ha telefonato ai colleghi per dirsi dispiaciuto.

RIFLETTERE Cortesie per gli ospiti, certo, ma in occasioni come queste la forma è sostanza. Soprattutto dopo una relazione con cui, con molto disincanto e realismo, il segretario generale della Cgil si è appellato a Cisl e Uil per dire «basta lacerazioni». «Dobbiamo tutti fermarci a a riflettere sulle divisioni profonde» che stanno portando il sindacato alla «deriva». È l’invito, atteso, a ritrovare un minimo comun denominatore. Comune, anche se minimo. Indietro però Epifani non torna. Non insegue le due confederazioni sulla via che porta ad un altro modello di sindacato. Ai leader di Cisl e Uil non vengono fatti sconti, gli viene rimproverata l’incoerenza su accordi sottoscritti unitariamente, fatti votare ai lavoratori, e poi spariti dall’agenda. Di aver sposato la linea del governo di «non considerare più la Cgil un interlocutore sia pure scomodo, e invita: «Fermiamoci qui, se continuiamo in questo-modo si imbocca una strada senza ritorno». La deriva appunto. Bonanni e Angeletti intervengono oggi. Diranno se si può ripartire dalla rappresentanza e dai contratti come suggerito dal segretario Cgil. Sono stati fatti accordi unitari in tutte le categorie, tranne che nei metalmeccanici. La pratica dimostra che si possono superare i limiti del modello separato. Epifani dice questo quando afferma che «la Cgil intende lavorare per riconquistare un modello condiviso » , «non possiamo restare né subalterni, né nell’angolo». Ci si fermi, almeno, con «le riunioni in cui sistematicamente si è voluta tenere fuori la Cgil e per ultimo l’imbarazzante dichiarazione comune sull’arbitrato». L’accusa è, ovviamente, anche al governo «che ha lavorato per dividere ».Ed è il regista, a partire dal Libro bianco, di un forte attacco ai diritti del lavoro, di una controriforma. Bene ha fatto il presidente Napolitano a rinviarlo alle Camere,male modifiche apportate non sono sufficienti per la Cgil. Sull’arbitrato, sul diritto di sciopero, sulla riforma degli ammortizzatori sociali e sullo Statuto dei lavori – con cui il governo si prepara – a rimpiazzare lo Statuto dei lavoratori, la Cgil continuerà la sua mobilitazione, informando, battendosi fino allo sciopero. La guardia va tenuta alta, nella crisi è più facile indebolire e aggirare i diritti. Anche per questo va contrastata. «Il governo agisca e rifletta sul fatto che il mondo delle imprese e quello del sindacato chiedono, insieme, di fare di più. A parma lo ha chiesto la Confindustria, giunta a posizioni vicine alle nostre sul tema del declino industriale del paese». «Un secondo tempo non c’è per sostenere occupazione ed economia, se non si forza la situazione e non si sceglie oggi, non ci saranno margini per i prossimi tre anni». Un piano straordinario, dunque, con l’obiettivo di portare «il tasso reale di disoccupazione dal 10% del quarto trimestre 2010 al 7,5% del quarto trimestre 2013». Si avrebbero fino a 400 mila nuovi posti nella pubblica amministrazione e fino a 300mila grazie a sgravi fiscali e crediti di imposta. Una sfida che chiama anche in causa anche le forze politiche di sinistra. Chiudendo il suo intervento Epifani si è rivolto a loro.