Epifani riapre il fronte della «crisi industriale»

04/11/2004

              giovedì 4 novembre 2004

              Il declino dell’apparato produttivo del Paese è ormai evidente a tutti, ma il governo continua a non avere nessuna politica di intervento
              Epifani riapre il fronte della «crisi industriale»
              Felicia Masocco

              ROMA Dopo l’accordo sul Sud «su cui è passata la nostra impostazione», dopo lo sciopero generale contro una manovra economica «tutta finanza creativa, senza rigore né sviluppo», per Guglielmo Epifani sarà tempo di rimettere in agenda la crisi industriale. I prossimi mesi la vedranno al centro dell’iniziativa della Cgil – è stata la proposta fatta al suo direttivo – è una scelta che si impone considerato «l’esercito sterminato di vertenze aperte» e visto che «le politiche di sistema del governo ignorano completamente questa realtà». Eppure, a due anni dallo sciopero sul declino industriale, tutti i dati dicono che la situazione sta peggiorando, «tolta quella parte di imprese che ce la fanno, c’è un’esplosione di segnali particolarmente inquietanti». La Barilla, i cantieri di Massa, la Fiat e la sua componentistica, la Finmek, il polo abruzzese delle comunicazioni e l’elenco potrebbe continuare. Posti di lavoro che si perdono, produzioni dismesse o delocalizzate e spesso stanno nel «sottobosco» dell’indotto, delle forniture, delle subforniture, hanno scarsa visibilità «ma fanno più danni». Il sindacato deve ripartire «con le proposte e con l’iniziativa, perché questa è la questione cruciale che abbiamo di fronte». Davanti al comitato direttivo che si è tenuto ieri, Epifani ha lanciato l’idea di «una grande iniziativa di lotta, a Roma, di tutte le aziende in crisi», «un’idea – ha spiegato – anche per proseguire il nostro impegno di lotta, da proporre a Cisl e Uil».

              Ma non basta. Quello che sta accadendo solo in parte è assimilabile alla tendenza ovunque diffusa a spostare sui servizi un bel po’ di produzione. Nel nostro Paese si paga «la dissoluzione di un’industria che si è retta in gran parte sui bassi costi e bassi diritti», spiega il leader della Cgil. Dissoluzione, non «sostituzione» con politiche industriali di qualità. Se questo ciclo non si frena l’esito sarà una «restrizione fortissima delle nostre basi industriali». Epifani si dice convinto che «anche una politica dei servizi di qualità richieda una base manifatturiere di qualità, non esiste il contrario», dice. E invita la sua organizzazione a ragionare «su come spingere», come sollecitare la presa d’atto di quanto sta accadendo. A differenza di altri governi, che «bene o male» sviluppano una loro idea politica, «il nostro non ha in testa nessuna idea e nessuna volontà, lascia che le cose accadano», e il rischio è che il Paese si ritrovi nell’angolo.


              Il rapporto con l’esecutivo e con gli enti locali è quindi l’altro aspetto dell’«iniziativa». La Cgil ritiene che occorra ragionare su come rendere permanente il monitoraggio su quello che avviene «oltre gli osservatori che già ci sono» e «provare a passare a una politica in cui ricostruire qualcuno dei fattori importanti per lo sviluppo dell’impresa». Insomma «mettere le toppe alle vertenze», per Epifani non basta più. E su questo, oltre che con Cisl e Uil è necessario riflettere con Confindustria. L’accordo stipulato con gli industriali sul Mezzogiorno «è importante», ha poi aggiunto, «lo facciamo sul terreno che merita di più». E non è quello dei contratti. Per Epifani, infine, la Cgil «farebbe male a non apprezzare come si deve» la scelta di viale dell’Astronomia sull’articolo 18, «non era dovuta, è un atto politicamente importante». «È anche questa la conferma che la nostra battaglia era giusta».