Epifani: nessuna volontà egemonica

15/01/2003




Mercoledí 15 Gennaio 2003
ITALIA-LAVORO


Epifani: nessuna volontà egemonica

Tensione con Pezzotta e scoppia il giallo sullo scambio di lettere – Proposta Cgil sugli ammortizzatori sociali: cassa integrazione a tutti i lavoratori

LINA PALMERINI


ROMA – Innanzitutto lo sciopero del 21 febbraio. Quattro ore di stop nell’industria che non segnano «la volontà di egemonia della Cgil ma – dice Guglielmo Epifani, leader Cgil – mettono al centro il tema del declino del Paese. Un tema di cui abbiamo parlato per primi e oggi ne parlano anche il Governatore di Bankitalia, Mario Monti, il Cnel». Nemmeno la telefonata nella tarda serata di ieri tra il leader Cgil, Guglielmo Epifani e il segretario generale Cisl, Savino Pezzotta serve a smorzare la tensione tra i sindacati. Resta il gelo e non sembra più aria per quell’incontro unitario sollecitato da Cisl e Uil per mettere a punto l’agenda di azioni per il 2003. Proprio sullo scambio epistolario si apre il "giallo" della serata di ieri: il leader Uil che scrive per sollecitare un incontro, Pezzotta risponde, Epifani riceve le lettere solo lunedì mattina quando il direttivo della Cgil è entrato già nel vivo con la proposta sul tavolo dello sciopero separato. Il colloquio telefonico di ieri sera tra Epifani e Pezzotta attenua di poco i toni, il percorso unitario riparte comunque da zero. Ma c’è il fronte previdenziale che sta per aprirsi e, di nuovo, nonostante le grandi differenze, Cgil, Cisl e Uil saranno costrette a ritrovare momenti di confronto comune. «Noi – ha detto Epifani durante la conferenza stampa di ieri – abbiamo sperato e lavorato perché lo sciopero potesse avere carattere unitario: purtroppo non sono arrivate le risposte che pensavamo potessimo avere». E comunque le conclusioni del direttivo di ieri danno mandato alla segreteria di continuare a lavorare per la costruzione di percorsi unitari. La confederazione di Epifani intanto si prepara a fronteggiare il referendum di Rifondazione sull’estensione dell’articolo 18 alle imprese con meno di 15 addetti. Una controffensiva in due mosse, anzi in due proposte che però non eviterà la spaccatura dentro la Cgil. Prima proposta sugli ammortizzatori sociali, presentata ieri; seconda proposta "alternativa" al referendum sulle tutele per le piccole imprese rafforzando la sanzione in caso di licenziamento illegittimo. La proposta Cgil sugli ammortizzatori si fonda su un sistema universalistico: estensione della cassa integrazione a tutti i lavoratori dipendenti, comprese le collaborazioni, senza esclusione dovute alle dimensioni dell’impresa; innalzamento dell’indennità di disoccupazione dal 40 al 60% della retribuzione; estensione del reddito minimo d’inserimento a tutto il territorio; formazione e contratti di solidarietà rafforzati e usati come strumenti preventivi di licenzaimenti collettivi e mobilità. Tutto per un costo che, a regime, equivale allo 0,8% del Pil: più o meno 8 miliardi di euro. I contratti di solidarietà sono gli unici che prevedono un tetto dimensionale di accesso, minimo 5 dipendenti, 75% della retribuzione, accreditamento dei contributi figurativi e per l’impresa una riduzione contributiva del 35 per cento. Sulla cassa integrazione l’assegno sarà pari al 60% della retribuzione persa entro un limite massimo di mille euro mensili, per 24 mesi. Ma, a regime, la proposta prevede una integrazione del reddito pari all’80%. La prestazione integrativa (20%) della prestazione base dovrà decorrere entro cinque anni dall’approvazione della legge. Durante questo periodo tra le parti sociali potranno essere convenute diverse misure e durata dei trattamenti nonchè ripartizioni diverse dell’onere contributivo. L’indennità di disoccupazione riguarda tutti i lavoratori alle dipendenze. La durata sarà di un anno; la misura del trattamento pari al 60% della retribuzione con massimale pari a mille euro mentre il reddito minimo di inserimento va esteso a tutto il territorio. I destinatari dovranno avere un reddito non superiore ai 6.200 euro. Se per i conti pubblici il costo equivale allo 0,8% del Pil, di cui il reddito minimo costituisce almeno la metà dell’importo, per le piccole imprese si profila un aggravio dei costi: oltre all’1,61% (ma con la fiscalizzazione degli assegni familiari), c’è un 1,68% aggiuntivo. Per le grandi imprese, invece i costi si alleggeriscono grazie all’esonero contributivo dell’1,68 per cento (più la fiscalizzazione degli assegni familiari).